Anche i muri danno battaglia

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La campagna elettorale riflette le spaccature e i conflitti di classe che attraversano la società Una «battaglia dei muri» condotta strada per strada, tra attacchinaggi e «strappinaggi», volantinaggi e contro-volantinaggi. La campagna per le elezioni presidenziali al Cairo è lo specchio delle linee di spaccatura della società  egiziana, e dei complessi conflitti di classe che la attraversano. Uno scontro combattuto non solo attraverso le frequenze dei canali satellitari e i flussi di messaggi sulle pagine Facebook. Ma pure sulle strade della capitale egiziana dove l’addensarsi di manifesti di questo o quel candidato è una spia non solo delle simpatie politiche ma pure della composizione sociale della zona. Shubra, zona nord del Cairo. È da qui che un viaggio nella geografia politica della capitale deve partire. Questo quartiere operaio circondato da fabbriche è la roccaforte dei Fratelli musulmani, come rivela l’onnipresente sguardo di rimprovero del loro candidato presidente, il tarchiato ingegner Mohammed Mursi. «Mursi farà  ripartire l’economia con una serie di grandi progetti» afferma Khaled 20enne studente di ingegneria, prototipo di militante per un movimento che recluta i propri membri soprattutto tra la classe media privata, tra ragionieri, ingegneri, dottori e i loro figli che puntano a seguire le orme dei padri. E poi a cascata affonda le radici nella classe operaia impoverita, le cui ristrettezze vengono periodicamente alleviate dallo zakat , la tassa volontaria della comunità  islamica. Un taxi nero, di quelli senza tassametro, per passare alla sponda destra del Nilo, alle distese dei disordinati quartieri popolari di Giza. Il rosso dei manifesti di Mursi, ora se la deve vedere con l’arancione Pisapia dei manifesti di Abu el-Futuh, il candidato islamista moderato cacciato dalla Fratellanza in uno di quegli intrighi interni che le hanno fatto perdere tanto consenso tra i giovani. Si entra nelle stradine di Imbaba, simbolo delle ashwayiat , i quartieri abusivi (o «informali» come li chiamano qui) che ospitano il 40% della popolazione del Cairo, in cui abita un vasto sottoproletariato composto da disoccupati, ambulanti, muratori a intermittenza, tassisti abusivi. Qui nel 1992, un gruppo di salafisti dichiarò la nascita dell’Emirato islamico di Imbaba. Su queste strade ora i «barbuti» fanno campagna per Futuh, sostenuto da una coalizione che arriva fino alla classe media «liberale» di centro città  e agli ultras delle squadre di calcio cittadine. Venti chilometri di distanza viaggiando verso sud-est, ma è come se fossero anni luce. Piazza Roxy è al centro dell’opulento quartiere di Heliopolis, che assieme ad Abbassya e Nasr City è territorio del pubblico impiego, degli ufficiali dell’esercito, dei lavoratori del vicino aeroporto, di imprenditori piccoli e grandi. Più isola spartitraffico che piazza vera e propria Roxy è stata la sede di un contro-sit-in a sostegno della giunta militare succeduta a Mubarak, quando nel luglio del 2011 Tahrir venne nuovamente occupata. Adesso è il punto di ritrovo dei sostenitori di Ahmed Shafik, ultimo primo ministro dell’era Mubarak, i cui enormi cartelloni campeggiano lungo le grandi arterie stradali, fianco a fianco di quelli Amar Mussa, l’ex segretario della Lega Araba e ex ministro degli esteri di Mubarak che i sondaggi danno come favorito. Ashraf un medico 52enne ripete uno per uno i concetti chiave della campagna elettorale. «Shafik è un vero leader». «Abbiamo bisogno di stabilità ». «I rivoluzionari sono criminali». Come lui la pensano in tanti tra negozianti, lavoratori del turismo e familiari di poliziotti e militari, che assieme agli impiegati pubblici constituiscono i nuclei del gelatinoso blocco sociale dei cosidetti felul (gli avanzi di regime), quelli che bramano un ritorno all’ordine, che si chiami Shafik o Mussa poco importa. Islamisti contro Mubarakiani. E la sinistra dov’è? Fa capolino dai manifesti verdi del nasserista Hamdin Sabbahi, dell’avvocato socialista Khaled Ali e del giudice progressista Hisham Bastawisi che si contendono i muri attorno a Tahrir per poi disperdersi mano a mano che si entra nei quartieri popolari. È una sinistra frammentata, con radicamento malfermo nelle già  deboli organizzazioni sindacali e basi territoriali esili. Una sinistra sconfitta nella battaglia dei muri. E presto anche nelle urne.


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