Le ricette della troika svalutano il paese e lo consegnano ai corsari

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Nessuna politica economica è socialmente neutra. Ma quelle in atto ora nella Ue sono davvero molto esplicite. Facciamo il caso della Grecia, che ci somiglia un po’. Sono due anni precisi che la troika (Bce, Ue, Fmi) picchia con decisione su tasti che anche qui stiamo conoscendo bene: privatizzare i beni pubblici e licenziare gli statali, abbassare i salari (del 25% solo nel 2011), rendere «flessibile» il mercato del lavoro. Ecc.
Risultato? Nessuno, in positivo. Aumentano i borseggi e i furti, ma non concorrono alla«crescita»; 400.000 bambini in età  scolare sono malnutriti, ma la sanità  è stata tagliata lo stesso. I greci ricchi sono invece evaporati e ricomparsi all’estero, con tutte le loro fortune liquide, gli investitori stranieri non si fanno vedere. Il motivo è semplice: «troppa corruzione, infrastrutture disastrose, governi che cambiano le regole in corsa». Ora ci aggiungono anche gli scioperi ricorrenti, ma il dato strutturale è l’altro. Quindi la Grecia non può riprendersi, visto che i privati non vogliono e lo stato è bloccato dai veti Ue, oltre che dal «vincolo di bilancio».
Ma lo stato non potrebbe recuperare parte dei capitali fuggiti nei paradisi fiscali? «Una tale misura sarebbe contraria al diritto comunitario», spiegava qualche giorno fa Ilias Bissias, avvocato ellenico con studio in Svizzera. Di fatto, chiunque può portare dove vuole i capitali che ha, senza limiti. Con la Svizzera Atene ha una convenzione che comporta la «doppia imposizione» per i capitali greci lì depositati. E stava pensando di siglare un accordo più stringente – come fatto di recente da Austria, Germania, Gran Bretagna – che potrebbe portare a una «sanatoria» in cambio di una tassa del 25% sul capitale (non il 5, come nello «scudo» di Tremonti). Naturalmente, è bastato l’accenno a questa ipotesi perché parte di quei capitali cambiasse casa (Emirati, Singapore, ecc).
Questi movimenti sono possibili, senza perdere in sicurezza, solo per gente molto potente sul piano internazionale. Come gli armatori, vero (ex) nerbo industriale greco. I nomi leggendari (Onassis e Niarchos) sono stati sostituiti da tempo, ma la genìa resta quella dei possessori del 19% della flotta navale globale. Con una differenza, rispetto al passato: nel 2011 hanno costruito 654 navi, ma una sola nei cantieri greci. L’incidente della Prestige in Galizia, nel 2002, spinse la Ue a rendere obbligatorio per le petroliere il doppio scafo. Gli armatori andarono a comprare allora in Corea, Cina, persino Giappone; costo del lavoro più basso e facilitazioni fiscali. Mentre lo stato greco non poteva – per normative europee – «aiutare» cantieristica e acciaio. Una fortuna per la Turchia, che in questo decennio ha potuto sviluppare la sua cantieristica. I «fondi strutturali» della Ue, nel frattempo, sono serviti a costruire grandi aeroporti senza traffico. Geniale, un po’ come in Italia. 
Ma se tornassero alla dracma, andrebbe meglio? Per i ricchi che hanno i soldi all’estero certamente. Dopo due anni così, il patrimonio del paese (industriale, turistico, immobiliare, ecc) è già  fortemente svalutato. Il ritorno alla moneta nazionale non potrebbe che avvenire con un’ulteriore – drastica – svalutazione. Un po’ come per i salari, che sono previsti in caduta quest’anno di un altro 20%. A quel punto chiunque – non necessariamente un greco – abbia capitali liquidi denominati in euro, dollari, yen, renmimbi, ecc, potrà  entrare in Ellade e far man bassa, acquistando un po’ di tutto a prezzi stracciati. Così si capisce cosa intendiamo dire con l’espressione «nessuna politica economica è socialmente neutra». Favorisce qualcuno, immiserisce altri.


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