“Assad lasci il potere al suo vice” Obama ha un piano per la Siria ma Mosca vieta la condanna Onu

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BEIRUT – “The Yemenskij variant”, o “variante yemenita”, non è una nuova difesa nel gioco degli scacchi, ma la formula che, secondo il New York Times, Barack Obama proporrà  al sempiterno Vladimir Putin per risolvere la crisi siriana. Si vedrà  soltanto dopo l’incontro tra i due leader, a giugno, se la proposta di Obama farà  strada. Ma per ora nulla sembra impedire alla crisi siriana di scivolare ogni giorno di più nel baratro della guerra civile. Tantomeno le divergenze in seno al Consiglio di Sicurezza dove la Russia, solitamente schierata con il regime di Damasco, si è opposta ad una dichiarazione di condanna del massacro di Hula, se prima fosse stato ascoltato il capo degli Osservatori dell’Onu, il generale norvegese Rober Mood.
Mood ha parlato in serata al Consiglio di Sicurezza, collegandosi da Damasco in videoconferenza. Il generale, che il giorno prima aveva avallato l’ipotesi di un attacco dell’artiglieria contro Hula, si sarebbe mostrato più cauto, sottolineando che non è ancora possibile una chiara ricostruzione del massacro. Il fatto che molte delle vittime (116 i morti accertati, fra cui decine di bambini) siano state uccise con colpi sparati a bruciapelo o addirittura accoltellate escluderebbe un attacco d’artiglieria da parte dell’esercito regolare.
Tuttavia la comunità  internazionale punta l’indice contro Damasco. Hillary Clinton ha promesso che gli Stati Uniti faranno di tutto perché il «dominio di Assad e dei suoi accoliti, esercitato attraverso il delitto e la paura, finisca». Il governo britannico ha convocato l’ambasciatore siriano. I francesi, nonostante il fallimento delle due riunioni precedenti, cercheranno di organizzare un nuovo vertice degli “amici della Siria”. Le monarchie sunnite del Golfo, notoriamente favorevoli ad un intervento militare contro il regime di Assad, sono tornare alla carica chiedendo all’Occidente di «assumersi le sue responsabilità  per far cessare il quotidiano bagno di sangue in Siria». 
Ma non è un caso che la Russia, non abbia fatto alcun commento sulla carneficina e soltanto ieri il rappresentante russo al Consiglio di Sicurezza abbia parlato di un «tragico evento meritevole di condanna», non prima, tuttavia, che ne vengano accertate le cause.
Ora, quello che si ripromette Obama è di convincere Putin ad abbandonare la posizione di protettore ad ogni costo di Assad. E qui veniamo alla “variante yemenita” (così chiamata perché si tratta di una proposta originariamente ideata della corona saudita in veste di mediatrice della rivolta esplosa nello Yemen). Proposta che, in sostanza, consiste in una sorta di transizione controllata ad un nuovo assetto politico, attraverso il trasferimento indolore dei poteri nell’ambito del regime. Nel caso dello Yemen, il presidente Alì Abdallah Saleh ha accettato di uscire di scena trasferendo le funzioni al vice presidente Abedrabu Mansur Hadi. Analogamente Assad dovrebbe accettare di dimettersi ed investire dei pieni poteri il sui vice, Faruk Al Sharaa.
Da li, partirebbe poi un processo di democratizzazione ma «in un quadro di stabilità », vale a dire soddisfacendo, da un lato, le richieste di cambiamento avanzate dall’opposizione e preservando, dall’altro, parti importanti del vecchio regime. Ma si potrebbe facilmente obiettare che Assad non è Alì Abdalla Saleh. Soprattutto Obama dovrà  convincere la Russia che i suoi interessi militari, economici e strategici in Siria rimarranno inalterati. 
Quel che resta, di concreto, sul versante internazionale di questa crisi che si trascina da 16 mesi è soltanto la presenza degli osservatori, voluti da Annan, il quale si appresta a volare in Siria nello scetticismo generale e soprattutto dell’opposizione. La quale considera (e non è la prima volta) il piano di pace dell’ex segretario delle Nazioni Unite non soltanto morto e sepolto, ma uno strumento nelle mani del regime di Assad. Secondo l’Osservatorio per i diritti umani, organizzazione militante stabilita a Londra, i morti dall’inizio della protesta sono più di 13 mila, di cui oltre 9 mila civili. Dunque, come recita l’appello del Consiglio Nazionale siriano, organizzazione ombrello dell’opposizione all’estero, non resta che combattere. Un appello che nasconde una profonda crisi di leadership e di coesione.


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