“Il raìs può contare ancora sull’esercito non lascerà  senza un accordo con l’Iran”

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Le domande, in queste ore concitate per la Siria, si accavallano: il regime è agli sgoccioli? Il presidente Assad ha perso il controllo del Paese, come avverte la Casa Bianca? E ancora: il rais prepara una via d’uscita per sé stesso e i fedelissimi? «Io non sarei tanto precipitoso », mette le mani avanti Vali Nasr, uno dei più ascoltati esperti di Medio Oriente, ex consigliere della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato, docente alla Hopkins. «È possibile che si profili la fine di Assad, però non quella del regime che lui rappresenta, e non adesso. Arriverà  forse un giorno in cui Assad lascerà , in cui al vertice si apriranno crepe, ma prevedere il crollo del regime vero e proprio, questo no. E nemmeno dobbiamo augurarlo».
Professore Nasr, secondo lei non si prepara in Siria lo scenario già  visto in Libia, in Tunisia, in Egitto?
«La situazione della Siria è profondamente diversa: intanto, il Paese ha una delicata composizione settaria, e poi il regime è molto più complesso e radicato. Supera la persona di Assad. L’interrogativo centrale è se lui abbia perso il controllo del regime, non del Paese. Infatti, il primo è composto di segmenti importanti: le minoranze come gli alawiti, i cristiani, i curdi; la sicurezza militare, le forze armate. Non è affatto certo che il raìs abbia perso il loro sostegno; anzi, se si aggiungono i sunniti ancora legati al regime, si ottiene che Assad può contare su almeno metà  della popolazione siriana».
Però, si sono viste diserzioni importanti, non è così? «Le defezioni finora riguardano i sunniti. La svolta decisiva si otterrebbe se a farlo fossero i curdi, i cristiani, gli alawiti. Allora sì, che il regime cadrebbe. Però, io non so se l’Occidente si auguri che questo accada».
L’America e parte dell’Europa non chiedono proprio questo?
«Niente affatto. Si rischierebbe un’esplosione incontrollabile della violenza, molto più intensa che adesso, con una spaventosa crisi
umanitaria. Si spalancherebbe uno scenario libanese o iracheno, con massacri e pulizie etniche nella capitale, nelle città  e in altre aree della Siria. Come a Beirut durante la guerra civile, Damasco si dividerebbe in cantoni, l’uno armato contro l’altro. Attenzione: tutto questo avverrebbe “dopo” l’uscita di scena di Assad, non “prima”. E l’Occidente non potrebbe fare niente per arginarlo».
Perché? «Perché non esiste alcun progetto di transizione politica, né una posizione unanime a livello internazionale, tanto meno un accordo sul governo del “dopo Assad”. Alla base c’è l’assenza dell’Iran
al tavolo delle trattative: senza la spinta di Teheran, la Siria non si piegherà  alle pressioni internazionali ».
L’Iran ha una parte tanto centrale?
«È l’unico Paese di cui Damasco si fidi, che abbia un interesse reale in quel Paese sotto il profilo finanziario e della sicurezza, per i rapporti con Hezbollah e l’Iraq, e per il milione di sciiti in Siria. In qualsiasi trattativa è indispensabile la presenza di un proprio alleato, capace di garantire il rispetto dell’accordo. È stato così per lo Yemen, dove l’Arabia Saudita ha fatto da garante per il presidente deposto Saleh, che infine ha accettato».
Lei vede un legame fra gli avvenimenti in Siria e l’attentato kamikaze contro i turisti israeliani in Bulgaria? C’è la mano dell’Iran come ha denunciato il premier Netanyahu?
«Le prove non sono certe, ma è verosimile che Teheran abbia voluto “ripagare” Israele dell’uccisione dei propri scienziati, inviando un messaggio anche agli Stati Uniti che l’inasprimento delle sanzioni e delle pressioni ha un prezzo. Quanto ad agitare la minaccia di una guerra, nessuno la vuole, almeno a breve scadenza, nemmeno Israele. Il fatto è un altro: con lo stallo nei colloqui, ognuno flette i muscoli, esercita pressioni per tornare a sedersi al tavolo dei negoziati».


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