COME È NATO L’INTELLETTUALE

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Qual è il ruolo dell’intellettuale, quali sono le responsabilità  che gli competono e quale idea egli coltiva di se stesso? Se vogliamo ridare dignità  e senso a questi stanchi interrogativi che la rivoluzione mediatica minaccia di rendere pateticamente obsoleti conviene risalire alla loro prima chiara formulazione al tempo dei Lumi, quando il termine “intellettuale” non era stato ancora coniato. È quanto ha fatto Lionello Sozzi in Cultura e potere. L’impegno dei letterati da Voltaire a Sartre al dibattito novecentesco (Guida, pagg.174, 13 euro).
È Voltaire, ci ricorda infatti Sozzi, iI primo scrittore ad interrogarsi sull’incerto statuto dell’uomo di lettere e a conferirgli un’autorità  mai raggiunta prima nell’Europa moderna. Come ha mostrato Paul Bénichou nel suo celebre Sacre de l’écrivain è infatti il filosofo di Ferney ad incarnare per primo agli occhi dei suoi contemporanei la figura dello scrittore impegnato – guida intellettuale ed educatore di coscienze, sacerdote e vate – destinato a trionfare in età  romantica.
A imporsi per lui è innanzitutto il problema dell’indipendenza. Finita con Luigi XIV l’età  d’oro del mecenatismo reale, in un’epoca in cui il diritto d’autore appare ancora un obbiettivo lontano, il letterato somiglia, scrive Voltaire, «a un pesce volante: se vola verso l’alto, gli uccelli lo divorano, se scende in acqua, se lo mangiano gli altri pesci». Il primo provvedimento a cui lo scrittore pone mano, investendo oculatamente i suoi guadagni, è dunque quello di assicurarsi l’autonomia economica: la povertà , egli ammonisce infiacchisce il coraggio e la libertà  ha un prezzo. Ma non meno cruciale per chi come lui intendeva incidere sul reale è il rapporto fra cultura e potere. Fino ai cinquant’anni, Voltaire crederà  all’ideale del dispotismo illuminato e si illuderà , con Luigi XV come con Federico II di Prussia e Caterina di Russia, di poter svolgere il ruolo di consigliere del principe e contribuire con le sue idee al progresso sociale e civile dell’Europa. Amaro ma salutare, il risveglio da questa ambizione – che più di una volta si è tradotta in farsa – porterà  Voltaire a elaborare una nuova nozione di “indipendenza” dell’uomo di lettere che, come scrive Sozzi, deve pur sempre proporsi di «raggiungere posizioni di “governo”, ma non quelle redditizie e comode in cui si insediano i politici, bensì quelle da cui, con fatica e tenacia si guida l’opinione». Lo scrittore stesso ne fornirà  l’esempio orchestrando contro l’oscurantismo e l’arbitrio dei tribunali francesi la prima grande campagna giornalistica moderna. La sua crociata in nome del “sangue innocente” ingiustamente versato farà  rabbrividire l’Europa e porterà  alla revisione delle sentenze inique di cui sono state vittime Calas, Sirven, Lally Tollendal, La Bare. Bisognerà  aspettare più di un secolo perché il caso Dreyfus e il J’accuse di Zola riescano a esercitare un impatto analogo sull’opinione pubblica. Quando, nel 1778, dopo quarant’anni d’esilio, Voltaire tornerà  a Parigi per morirvi, la folla saluterà  in lui non già  il più celebre scrittore del secolo, ma il difensore dei Calas.
Esenti dalle ambizioni di Voltaire che, scrittore gentiluomo, aveva voluto far suo lo stile di vita nobiliare, Diderot e d’Alembert, intenti a realizzare con l’à‰ncyclopédie l’impresa culturale più rivoluzionaria del secolo, hanno
la fierezza di essere gli esponenti di punta di una categoria sociale a parte e si preoccupano di teorizzane la deontologia. Il primo dichiara che non bisogna temere la povertà  e concentra le sue speranze sui guadagni del lavoro intellettuale, il secondo, nel suo
Essai sur la société des gens de lettres et des grands
invita a non rincorrere il suffragio del pubblico non qualificato così come denunzia l’arroganza dei “grandi” e i rischi impliciti nella loro “protezione” che, sorda agli autentici valori intellettuali , implica sempre un rapporto di sudditanza e limita la libertà . «Gli unici gran Signori con cui un letterato debba stabilire un rapporto, scrive d’Alembert, sono quelli che può trattare in assoluta sicurezza come suoi pari e suoi amici».
Vittorio Alfieri riprenderà  punto per punto le argomentazioni di d’Alembert nel suo trattato Del principe e delle lettere ma, a differenza dell’Astigiano, Diderot e d’Alembert non rinunciano a perseguire un rapporto di collaborazione con i despoti illuminati. Perché, come osserva Sozzi, «l’Il-luminismo è legalitario e riformista: negli intenti del secolo, opporre all’arbitrio del despota l’autorità  delle leggi significa oggettivamente prospettare la conquista di estesi spazi, di inviolabili diritti. Lo scrittore è dunque colui che “alza la voce”, che si batte perché si mutino le leggi ingiuste».
È dunque nella Francia del XVIII secolo che vediamo affermarsi, negli scritti teorici come nella pratica viva dei philosophes, una nuova concezione dell’uomo di lettere – ribattezzato “intellettuale” all’epoca dell’affaire Dreyfus – che non ha mai smesso di essere attuale.
Ma è ugualmente nel Settecento, e in aperto conflitto con i philosophes, che Jean-Jacques Rousseau proporrà  una visione della letteratura di segno opposto. Per lo scrittore che, in odio alla modernità , ha inventato l’idea di natura, di infanzia, di democrazia gettando le basi del mondo moderno, la letteratura non può essere un mestiere, non deve intrattenere rapporti né con il potere né con le ideologie imperanti, è incompatibile con ogni forma di impegno pubblico, razionale e mentale. È nell’esplorazione del proprio spazio interiore che Jean-Jacques persegue la sua ricerca di verità  e giustizia; è nel paese delle chimere – «l’unico degno di essere abitato» – che prende forma un nuovo statuto della creazione letteraria destinato, non meno della letteratura impegnata dei Lumi, a incidere sul nostro modo di vivere e sentire.


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