Terremoto in Iran, l’Occidente sta a guardare Nessun aiuto allo “stato canaglia”?

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Le notizie che si hanno al momento dicono che ci sono almeno 250 morti e più di 2000 feriti. I dati diffusi dai media ufficiali iraniani sono già  terribili di per sé (il terremoto dell’Aquila, tanto per avere un’idea, uccise 306 persone e ne ferì 1600) ma purtroppo sono destinati a crescere ancora. Quando il sisma colpì L’Aquila, il presidente americano Barack Obama chiamò l’allora primo ministro Silvio Berlusconi per offrire l’aiuto dell’America. Come fecero altri capi di stato. Niente di tutto ciò è ancora avvenuto per l’Iran ­- che pure ne avrebbe molto più bisogno di quanto ne potesse avere l’Italia nel 2009. L’Iran è un paese povero. E lì le operazioni di soccorso non sono all’avanguardia come sono quelle dei paesi europei come il nostro. Non è difficile immaginare che molte vite potrebbero essere salvate se qualcuno desse loro la mano a recuperarle, a scavare nelle macerie e desse loro un minimo di assistenza.

Il problema però è che l’Iran è uno stato nemico dell’occidente. Lo è per tante ragioni validissime. Prima fra tutte, la repressione violenta del dissenso. E, secondo, la minaccia della distruzione di Israele ­- con tanto di corsa alla costruzione della bomba atomica (ironia della sorte, il terremoto ha colpito anche dei siti nucleari di Teheran) . Ma qui non si tratta di aiutare i criminali che governano l’Iran. Si tratta di aiutare le persone che sono governate dai quei criminali. Oppure dobbiamo dedurre che per i nostri presidenti e primi ministri sono nemiche dell’occidente anche le persone che hanno perso la vita, che la stanno per perdere, o che semplicemente sono sconvolte da quello che è successo?

Conosciamo l’obiezione: il presidente iraniano Ahmadinejad non accetterebbe mai un’offerta di aiuto da parte dei paesi occidentali. È più che probabile: ma il discorso non cambia di una virgola. L’offerta di aiuto arriverebbe comunque all’orecchio delle persone che il regime tiene sotto scacco, e così verrebbe data loro l’opportunità  di misurare concretamente la distanza che c’è tra i teppisti che li governano e quelli che lavorano contro la teocrazia musulmana (bisogna anche ricordare che prime delle rivoluzioni arabe i primi a ribellarsi e a essere massacrati dal regime furono gli iraniani). Ma questa offerta tarda ad arrivare. Probabilmente per cinici calcoli di rapporti di forza: un Iran più indebolito è un Iran più comodo. E fa niente se in gioco ci sono quelle persone che diciamo di voler liberare dalla dittatura e conquistare alla democrazia. Quale miglior occasione per dimostrargli, senza torcere un capello a nessuno,  che i paesi che si oppongono ai loro governanti lo fanno perché stanno dalla parte dei governati? Non è così, forse. O, se davvero l’idea dell’estensione della democrazia ha senso, significa che dobbiamo cambiare qualcosa. Con questi dirigenti non vincerà  mai.


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