Consiglio europeo e Brexit. Il divorzio è rimandato (forse)

Discussione sulla lunghezza dell’estensione. May chiede il 30 giugno, Ue divisa tra “duri” e “concilianti”, studia la “flexi-estensione” anche fino a un anno

Anna Maria Merlo * • 11/4/2019 • Europa • 75 Viste

Ma Londra deve dare “garanzie”: non interferire nella vita della Ue, anche se dovrà organizzare le elezioni europee

La Brexit resta un buco nero, alla vigilia del rischio di no deal questo venerdì. Le ultime carte della partita di poker si giocano in queste ore. I 27 ieri, in apertura dell’ennesimo Consiglio europeo dedicato al divorzio a due giorni dall’ultima data definitiva, hanno ascoltato Theresa May, che ha chiesto un’estensione dell’articolo 50 fino al 30 giugno, con la speranza di trovare una maggioranza a Westminster per decidere cosa fare e come farlo. Poi, a cena hanno discusso sulla risposta della Ue, senza la presenza della premier britannica. Sul tavolo, diverse ipotesi per uscire dalla crisi. C’è un accordo di massima per concedere un’estensione, aspettando che Londra decida qualcosa. Ma questa estensione deve essere «intelligente», afferma il primo ministro lussemburghese, Xavier Bettel, che è tra i «duri», meno disponibili a fare ancora concessioni alla Gran Bretagna, con Francia, Belgio, Austria, Slovenia.

EMMANUEL MACRON ne ha abbastanza: «Non vogliamo vertici a ripetizione», ha detto, che rischiano di paralizzare ancora l’attività della Ue, già minata negli ultimi dieci anni, prima dalla crisi dell’euro poi da quella dei migranti. Per il negoziatore Ue, Michel Barnier, «l’estensione deve essere utile e servire uno scopo». Angela Merkel, che guida l’ala soft (l’Italia la segue, con la Polonia) afferma che la Ue deve essere «aperta e costruttiva», perché «un’uscita ordinata è anche nel nostro interesse» e propone una estensione «lunga». Antonio Tajani, presidente dell’Europarlamento, si inquieta, perché un’estensione oltre il 22 maggio comporta la partecipazione della Gran Bretagna alle elezioni europee del 23-26 maggio. Per Tajani, eleggere dei deputati britannici che poi rischiano di non entrare al parlamento se nel frattempo interviene una soluzione a Westminster (la prima seduta del nuovo Europarlamento sarà il 2 luglio prossimo) è praticamente una presa in giro, che finirà per ripercuotersi sulla credibilità dell’istituzione.

SUL TAVOLO DEL CONSIGLIO c’è l’ipotesi della flextensione, cioè un’estensione flessibile, proposta il 5 aprile dal presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk. La Ue è disposta a concedere a Londra un’estensione dell’articolo 50 «lunga»: «Visto il rischio posto dal no deal per i cittadini e le imprese nei due lati della Manica, dobbiamo fare il possibile per estenderlo». Un’estensione flessibile, «sarebbe una possibilità che durerà solo il tempo necessario». Ma «non più di un anno», precisa Tusk nella lettera ai 27, «poiché al di là di quella data, dovremo prendere decisioni unanimi su progetti-chiave europei». Theresa May ha affermato ieri, appena arrivata a Bruxelles, di voler «uscire dalla Ue il più presto possibile».

L’ALA «DURA» non vuole che l’incertezza britannica impatti negativamente la vita della Ue. Quindi pone «condizioni» all’estensione, sia breve (al 30 giugno, ma che potrebbe essere anticipata al 22 maggio, se trovano una soluzione a Londra, evitando così la partecipazione elle elezioni europee) che «lunga», a fine 2019 o dopo un anno. Chiedono «garanzie» alla Gran Bretagna: una rinuncia al veto britannico al Consiglio, una non interferenza nella scelta del prossimo presidente della Commissione, la nomina (giuridicamente obbligatoria per i trattati) di un commissario di secondo piano e l’impegno a non interferire nella discussione del prossimo bilancio pluriennale (2021-2027). Macron ha posto dei paletti: ci vuole prima di tutto il «rispetto democratico» del voto britannico (hanno votato leave e devono quindi andarsene). Ma la Brexit «non ci deve bloccare, bisogna decidere». Angela Merkel è più conciliante nella forma: «Dobbiamo essere aperti e costruttivi». Bisogna «dare alla Gran Bretagna una ragionevole quantità di tempo», fino a fine anno o più, nell’attesa di una decisione a Londra.

LA GRAN BRETAGNA, anche se sta già preparando le elezioni europee, potrebbe uscire entro il 22 maggio ed evitare un voto a vuoto. Se il Consiglio europeo in corso si conclude senza accordo, l’uscita potrebbe arrivare venerdì, con un no deal e tutti i problemi che comporta (la Ue si è preparata, ha adottato 19 misure per evitare un blocco del trasporto e del commercio). Nell’immediato, non dovrebbe esserci caos, ma gli effetti del divorzio si faranno sentire nel futuro prossimo. La Gran Bretagna dovrà concludere subito un accordo di libero scambio con la Ue: il 50% dei beni sono importati dalla Ue, dove ne esporta il 40%, per non parlare dell’interscambio finanziario.

* Fonte: Anna Maria Merlo, IL MANIFESTO

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