David Cameron con l’accetta, anche Clegg dice no ai tagli

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BIRMINGHAM. Si è appena chiuso il congresso di mid-term dei Tories dopo la vittoria elettorale del 2010. Sul palco di Birmingham il simbolo ecologista dell’albero verde è stato ormai sostituito dal blu, bianco e rosso di una bandiera inglese. Non è solo questione di simboli, del tentativo di modernizzare il Paese, promesso dai conservatori in campagna elettorale, è scomparsa ogni traccia. E un senso di sconfitta dilaga tra la base del partito conservatore. «Viene dall’Università  di Eton non credo sia un vero Tory» – commenta Jemey, un anziano signore venuto da Londra. «Penso proprio che perderemo le prossime elezioni» – aggiunge. La pensano come lui molti elettori. Protestano anche gli ultraconservatori guidati qui dalla politica Ann Widdecombe che fuori dalla sala ha messo in scena una manifestazione contro i matrimoni gay. Più volte Cameron si è espresso per la legalizzazione dei matrimoni gay e ha fatto del tema una delle bandiere del cambiamento dei Tories.
A Birmingham regna dunque una certa disillusione. L’assemblea si è accesa solo in due istanti: prima per l’inedito bacio appassionato tra Cameron e sua moglie Samantha, e poi all’ingresso del sindaco di Londra, Boris Johnson, accompagnato da immagini che lo ritraggono mentre pedala per Trafalgar Square con in sottofondo il classico Beatles. I laburisti lo chiamano la «valvola di salvezza» perché potrebbe attirare l’elettoratoTories insoddisfatto. Per il momento Johnson, ex giornalista del Daily Telegraph, ha assicurato il suo sostegno completo al primo ministro Cameron. «Adoro Boris. Ma non scommetterei su di lui come candidato conservatore alle elezioni generali del 2015» – ha commentato Dan, scettico sulla nuova leadership conservatrice.
E poi è arrivato David Cameron. Tremendamente giù nei sondaggi. Nel suo discorso conclusivo ha tentato di difendere il governo. Se i tagli presentano i Tories come ossessionati dalle misure di austerità , Cameron ha ribadito che «tagliare il deficit» non è solo una «missione economica ma morale». Tuttavia, proprio sulle nuove misure di riduzione della spesa pubblica si sono registrate le prime defezioni tra i conservatori. Il vice primo ministro, il lib-dem Nick Clegg, ha annunciato ieri che non appoggerà  ulteriori tagli al welfare.
Le parole più dure, Cameron le ha riservate ai laburisti: «Gli intellettuali di altri partiti prendono in giro chi vuole migliorare nella vita. Ci chiamano il partito del voler essere ma noi siamo il partito del voler essere migliori. Sono qui non per difendere i privilegi, ma per diffonderli». Nonostante i toni roboanti, il primo ministro è apparso costantemente in difesa e ha definito i laburisti di Ed Milliband «il partito dei nuovi prestiti e dell’aumento dei tassi di interesse». Da qui è nata la retorica conservatrice dell’aspiration nation: «La crisi è peggiore di quello che pensavamo, è il tempo di decidere se affondare o nuotare, fare o cadere. L’aspirazione è il motore del progresso. I paesi migliorano quando permettono alla loro gente di crescere. Ecco perché la missione di questo governo è di costruire una nazione delle aspirazioni». È questo il tentativo di Cameron di difendere i suoi interventi in materia economica. «Vogliamo riformare la scuola, tagliare il welfare per ridurre le spese del governo e aiutare tutti» – ha insistito il premier che nel Paese sconta la protesta di genitori e studenti dopo gli aumenti senza precedenti delle tasse universitarie approvate nel 2010.
Tutti attendevano chiarimenti sui temi al centro del dibattito politico, dall’Unione europea – in particolare sulla proposta avanzata dal premier di un referendum per ridefinire le relazioni tra Unione europea e Gran Bretagna – all’immigrazione, ma Cameron ha evitato di percorrere strade impervie.
Resta poco del programma di modernizzazione che ha portato i Tories alla vittoria nel 2010. Ormai il nasty party, il partito cattivo, si presenta in tutta la sua austerità  in politica economica, migratoria e si distingue per anti-europeismo nei toni e nelle assemblee di partito.


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