Lombardia, tutti a casa. La mossa di Formigoni

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MILANO — Cala il sipario sull’impero del «Celeste governatore». Ieri 74 consiglieri su 80 hanno rassegnato le dimissioni dal Consiglio regionale della Lombardia. Ma se Roberto Formigoni ha perso la guerra, ha vinto comunque la sua ultima battaglia. Ha ricompattato la maggioranza del gruppo del Pdl, ha convinto i suoi consiglieri a firmare la lettera di dimissioni e ha sconfitto la Lega che non ha mai fatto mistero di voler andare alle elezioni ben oltre i termini auspicati dal presidente, ossia in aprile, in coincidenza con le politiche.
«Una giornata storica», esultano in coro le opposizioni di centrosinistra, a loro volta alle prese con la gigantesca grana dei tempi strettissimi per organizzare le primarie di coalizione: «Dopo diciassette anni, Formigoni va a casa».
In realtà , dopo aver modificato la legge elettorale e abolito il listino bloccato (quello che ha paracadutato Nicole Minetti al Pirellone), ieri si sono dimessi (quasi) tutti tranne lui, proprio per non regalare la transizione al suo vice, il leghista Andrea Gibelli. È stato infatti il Carroccio il vero avversario di Formigoni nelle ultime due settimane, dall’arresto dell’assessore alla Casa Zambetti in avanti. Sull’opportunità  di dimissioni immediate dei consiglieri e del voto tra dicembre e gennaio è nato uno sfibrante braccio di ferro con l’ex alleato e con una parte consistente del suo stesso partito. Alla fine l’ha spuntata il governatore. «Visto? Il Pdl è unito», dirà  lui in conferenza stampa mostrando anche l’sms speditogli dal coordinatore regionale del partito, Mario Mantovani: «Silvio (Berlusconi, ndr) era favorevole a chiudere oggi (ieri, ndr) con la nuova legge elettorale». Finisce un’era? «Mi auguro di no — risponde il diretto interessato —, sarebbe la fine del buon governo».
Vinta quelle sulle dimissioni, ora si apre la partita per la data del voto. Sarà  il prefetto Gianvalerio Lombardi, in accordo con il ministero dell’Interno, a decidere il giorno del ritorno alle urne. Formigoni assicura di aver sentito il ministro Annamaria Cancellieri e aver concordato con lei che il voto «si dovrà  tenere tra il 16 dicembre e il 27 gennaio». «Tra i 45 e i 90 giorni, come recita la legge», il mantra del governatore. Non è ancora escluso però che si voti a primavera in abbinamento con le politiche. Il governo potrebbe emanare un decreto per accorpare le consultazioni, come chiede la Lega. Non farlo, obietta Roberto Calderoli, «contrasterebbe con l’articolo 7 del decreto legge 98/2011», secondo cui «a decorrere dal 2012» le consultazioni amministrative e politiche «si svolgono, compatibilmente con quanto previsto dai rispettivi ordinamenti, in un’unica data nell’arco dell’anno».
Il centrosinistra, si diceva. Che calendario alla mano sta cercando di capire se ci siano i tempi per organizzare le primarie locali. L’ultima di ieri è che il Pd starebbe pensando a una consultazione infrasettimanale, il lunedì e il martedì dopo il ponte di Sant’Ambrogio. Gazebo aperti dalle 16 alle 22. I candidati? Dopo il no di Umberto Ambrosoli, in pole position sembra esserci il consigliere regionale Fabio Pizzul, ex presidente di Azione Cattolica e figlio di Bruno, il telecronista di «Italia 90».


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