Produttività , prove d’intesa Sul negoziato il freno Cgil

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ROMA — La fotografia di come sia messa la trattativa sulla produttività  è emersa ieri a Palazzo Chigi nell’incontro tra il presidente del Consiglio e le parti sociali. In sintesi, nelle scorse settimane il negoziato ha fatto passi in avanti, ma senza la Cgil. Nonostante l’incontro con Mario Monti avesse al centro il disegno di legge di Stabilità  che di lì a poco il governo avrebbe approvato, prima il presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, e poi gli altri leader delle associazioni imprenditoriali hanno manifestato al premier il loro ottimismo sulla possibilità  che presto si arrivi a un’intesa che riveda i meccanismi della contrattazione così da incentivare gli aumenti di produttività . Anche il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha parlato di passi avanti nel negoziato. E il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ha spiegato che nella legge di Stabilità  ci sarebbe stato un rifinanziamento per almeno 1,6 miliardi della detassazione del salario di produttività , il premio promesso a suo tempo da Monti proprio per incoraggiare il raggiungimento dell’accordo.

Lo stesso presidente del Consiglio, a conclusione del giro di tavolo, si è complimentato con le parti, auspicando di poter portare la «buona notizia» alla riunione del Consiglio europeo del 18 ottobre. L’unica che non ha parlato della trattativa sulla produttività  è stata Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, il sindacato più distante dalle ipotesi che si stanno discutendo. Ipotesi che tutte le associazioni imprenditoriali hanno discusso ieri sera in un incontro finalizzato a presentare una proposta comune ai sindacati nell’incontro fissato per questa sera alle 8. In sostanza, seguendo il recente contratto dei chimici, firmato anche dal segretario di categoria della Cgil, che poi però è stato costretto a maggioranza a dimettersi, si tratterebbe di spostare il peso maggiore degli aumenti di retribuzione sui contratti di secondo livello: aziendali o territoriali.
Gli incrementi di salario decisi dal contratto nazionale resterebbero solo dove non si fa il contratto decentrato. Negli altri casi, il contratto aziendale o territoriale potrebbe rimodulare gli aumenti previsti dal contratto nazionale, se l’impresa o l’area interessata è in crisi, o spostare quote degli stessi aumenti sul contratto di secondo livello per utilizzare gli sgravi fiscali. In ogni caso, tutto il sistema concorrerebbe a spingere sul salario legato alla produttività . Ipotesi inaccettabili, al momento, per la Cgil e sulle quali anche la Uil sembra contraria.
A unire i sindacati è invece il fronte previdenziale. In particolare il sostegno al disegno di legge presentato dall’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano (Pd) e votato in commissione Lavoro alla Camera da tutti i gruppi, che, per offrire una risposta agli esodati che si presenteranno nei prossimi anni, reintroduce la possibilità  di andare in pensione a 58 anni. Il governo è contrario e ieri la Ragioneria generale ha bocciato la proposta, che costerebbe almeno 5 miliardi di euro, per mancanza di copertura e perché stravolgerebbe la riforma delle pensioni Fornero. La commissione Bilancio ha quindi rinviato il testo in commissione Lavoro per le correzioni del caso.


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