Trattativa Stato-mafia

«Abbiamo deciso che dobbiamo prendere la cosa in mano e fare qualcosa, portare avanti una trattativa», anche se di quel termine non è sicuro: «Il concetto era comunque quello… Disse “dobbiamo bloccarli questi porci”, o qualcosa del genere. Si riferiva al fatto che voleva “disinnescare” e bloccare le stragi, mi disse che bisognava mandare un messaggio a Santapaola, che “bisognava smetterla con questo casino”, e che in cambio c’era la disponibilità  da parte delle istituzioni a concedere dei benefici».
L’iniziativa, secondo quanto riferito dal sessantunenne Saro Cattafi (avvocato dal passato tutt’altro che cristallino, sospettato di tenere i rapporti con il boss catanese Nitto Santapaola per conto di una famiglia mafiosa della provincia messinese, ma lui nega) era di Francesco Di Maggio, il magistrato che in passato l’aveva fatto arrestare e che nel giugno 1993 fu nominato vicecapo del Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Di Maggio è morto nel ’96; se fosse vivo sarebbe tra gli imputati del procedimento sulla cosiddetta trattativa al tempo delle stragi, nel quale un giudice deve ora decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio di boss mafiosi, uomini politici, ex ufficiali dei carabinieri.
Per i pubblici ministeri le parole di Cattafi sono una conferma della loro ricostruzione, secondo la quale Di Maggio avrebbe caldeggiato e poi avallato l’attenuazione del «carcere duro» per alcuni detenuti di mafia (a novembre ’93 l’ex ministro Conso non prorogò oltre 300 decreti di 41 bis, ma tra quei nomi i mafiosi di qualche spessore erano pochissimi). Ma proprio ieri, mentre i magistrati annunciavano la nuova prova, davanti ai giudici del processo contro l’ex generale Mori per la presunta mancata cattura del boss Provenzano, il fratello di Di Maggio è tornato ad affermare un’altra verità : «Sul finire del ’93 mio fratello si adoperava per mantenere il 41 bis, e mi raccontò che all’interno delle istituzioni c’era chi lo prendeva in giro perché gli dicevano che non lo volevano nel suo stesso ministero».
Secondo Tito Di Maggio — che riferisce confidenze ricevute dal fratello, e dopo la sua morte ha trovato carte che dimostrerebbero come Francesco Di Maggio venne esautorato dalle decisioni sul 41 bis — le scelte furono responsabilità  di altri. In particolare dell’allora direttore del Dap, Adalberto Capriotti, oggi indagato per false informazioni ai pm nel procedimento sulla trattativa. «Nell’autunno del ’93 mio fratello si sfogò con me — ricorda Tito Di Maggio — dicendomi che stavano facendo una cazzata e che lui non voleva esserne complice; si riferiva alle revoche del 41 bis, e per questo motivo era intenzionato a dimettersi. Poi però Conso gli chiese di rimanere e lui accettò». Il fratello del magistrato ha deciso di raccontare questi episodi per difenderne la memoria: «Non posso accettare che venga accomunato a Riina e Provenzano dopo che ha speso la vita nella lotta alla mafia».
Tito Di Maggio ribadisce pure che all’inizio del ’93, prima di andare al Dap, il magistrato era stato chiamato a Roma dall’allora presidente della Repubblica Scalfaro per cercare — in maniera riservata, ufficiosa e informale — una soluzione politico-giuridica al problema di Tangentopoli. Un ruolo che per i pm conferma indirettamente la rivelazione di Cattafi sulla proposta da inoltrare ai mafiosi: anche in quel caso si muoveva sottotraccia. Il nuovo testimone d’accusa riferisce addirittura di telefonate con Di Maggio in carcere, avvenute negli uffici delle prigioni che si prestavano a questi contatti segreti. Ma i due direttori chiamati in causa sono morti. Così come l’intermediario che Cattafi avrebbe contattato per portare l’ambasciata del magistrato al boss Santapaola.
Giovanni Bianconi


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