Codici sulle divise, Cancellieri apre Barricate dai sindacati della celere

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Qualcosa che, a ben guardare, non è solo la pressione esterna di forze sociali o degli studenti, ancora esterrefatti per la brutalità  vista in piazza, o dei partiti di estrema sinistra – soli fino a pochi giorni fa a chiedere che l’Italia si metta al pari degli altri Paesi europei, e affiancati ora, dopo gli ultimi fatti, da un ancora troppo timido Pd. Il momento è delicato per la Polizia di Stato dove ormai si è di fatto aperta la corsa alla successione apicale, e dunque i mal di pancia interni iniziano a farsi sentire. 
A cominciare da quei sindacati minoritari tra gli agenti in forze nei cosiddetti «reparti inquadrati» che reclamano una disparità  di trattamento e di responsabilità  personale sull’operato quotidiano. Le pattuglie in controllo stradale o le volanti, per esempio, sono comunque identificabili attraverso la targa del mezzo usato in un determinato frangente. Senza parlare del tesserino nonimativo esposto sempre sulla divisa degli agenti che lavorano negli uffici, nelle questure o al ministero dell’Interno. «Tutti sono identificabili, tranne i reparti mobili che hanno ormai un peso sempre maggiore nell’orientamento dei sindacati e quindi condizionano anche l’operato delle questure – spiega un funzionario che vuole per il momento rimanere anonimo -. Nelle maggiori città  italiane, ormai tutti i sindacati di polizia sono controllati dai reparti celere. Sono una polizia dentro la polizia. In questi reparti vengono reclutati soprattutto i giovani, scelti per la muscolarità . Guadagnano più degli altri e non devono assumersi particolari responsabilità , per questo è un lavoro molto ambito: a fine giornata non fanno rapporto, non redigono verbali, non devono rendere conto come tutti gli altri di ogni spostamento».
Vista da quest’ottica, si comprende meglio la difficoltà  che anche il governo europeista per eccellenza trova nel mettersi al pari con l’Europa, in tema di trasparenza e democrazia in materia di ordine pubblico. «Ci stiamo lavorando, non è così semplice come sembra. Si può ragionare sul numero – ha spiegato Cancellieri – ma non sul nome identificativo, in modo tale da tutelare la sicurezza dell’operatore». Perché, è il ragionamento indotto sul ministro dai sindacati, «se l’interlocutore è solo uno studente – articola la ministra – non c’è problema, ma ci sono interlocutori che sono persone che possono anche minacciare la vita dei stessi operatori». Obiettare che così avviene in ogni Paese democratico senza queste nefaste conseguenze, sembra inutile. Ieri i sindacati di polizia, quasi in massa, hanno alzato la voce contro il codice alfanumerico identificativo (riconoscibile solo dai funzionari interni) definendolo «schedatura dei poliziotti». Il Sap, una delle maggiori sigle del comparto sicurezza, per esempio, ha chiesto invece «norme speciali» per «l’arresto immediato» di chi manifesta con il volto travisato. 
Fortunatamente gli ultimi avvenimenti di piazza hanno convinto il Pd a reagire. Anche ieri un altro esponente, Emanuele Fiano, ha annunciato che lunedì presenterà  «un’interrogazione parlamentare per chiedere al ministro Cancellieri di valutare, attraverso uno studio specifico e il raffronto con quanto avviene nei Paesi europei a noi assimilabili, cosa comporterebbe l’introduzione dei codici identificativi sulle divise degli agenti impegnati nell’ordine pubblico». «Credo – ha aggiunto Fiano al manifesto – che vadano auditi anche i sindacati per capire bene quali contraddizioni sollevano. Alcuni di loro sembrano anche disponibili, a patto, dicono, di porre sul casco degli agenti anche una telecamerina che testimoni il loro punto di vista. Le industrie militari le producono già , perché i reparti scelti dell’esercito la usano già  da tempo. Io so solo che la polizia deve essere una forza democratica». 
Paradossalmente però a garantire e vigilare sul corretto operato della polizia sono i video giornalistici o amatoriali girati durante le azioni, come è avvenuto il 14 novembre in piazza. Tanto che solo grazie a quei filmati la procura di Roma ha potuto identificare il poliziotto che ha colpito con il manganello sul volto uno dei manifestanti caduto a terra. L’inchiesta è stata affidata al pm Luca Tescaroli, lo stesso che ricopre il ruolo di pubblica accusa contro gli otto giovani arrestati dopo gli scontri. Al vaglio degli inquirenti c’è anche la condotta di un secondo agente di polizia che appare nei filmati degli scontri sul Lungotevere colpire con il manganello alle spalle uno dei manifestanti.


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