I manager made in Italy ora emigrano, triplicato il numero di chi va fuori

Nuovo declino su cui piangere? Non è detto. Come al solito basta girare la medaglia per vedere un lato inaspettato della realtà . Per la prima volta, complici le difficoltà  economiche in cui si dibatte il Paese, si sta formando sul campo una classe dirigente con un’esperienza e uno standing internazionale. A differenza dei giovani che vanno all’estero dopo la laurea, poi, in questo caso si tratta di «cervelli» che avrebbero tutta l’intenzione di tornare a casa. Non appena si creasse in Italia un contesto amico in grado di accoglierli senza svilirne le competenze.
Dai posti «sicuri» alle nuove occasioni
Qualche numero, per capire di cosa si sta parlando. Soltanto nei primi dieci mesi del 2012 in Italia sono stati licenziati 9 mila dirigenti, concentrati soprattutto nel Nord Ovest del Paese (4 mila lavoravano in Lombardia, di cui 2.500 a Milano e provincia). I cacciatori di teste concordano: «Per trovare lavoro queste categorie professionali hanno bisogno almeno di dodici mesi». Ma soprattutto serve capacità  di adattamento. Perché spesso bisogna accettare buste paga più leggere e qualifiche più basse.
Sia chiaro: qui non parliamo del ristretto giro di chi cade sempre in piedi grazie alle relazioni «giuste» ma della generazione di quei ventenni degli anni 80, cresciuti con il mito della carriera. Gente che dopo vent’anni di lavoro a testa bassa, proprio quando pensava di aver terminato la salita e di poter rallentare il ritmo della corsa, nel 2008 è andata a sbattere contro la Crisi. Duro risveglio: all’improvviso ha scoperto di essere già  «vecchia» e troppo costosa. A un soffio dalla rottamazione. E allora meglio giocarsi le ultime cartucce (professionali) alla grande. All’estero. Per non dover ridimensionare i sogni e lo stile di vita.
Triplicate le scelte di espatrio
«I manager che si trovano un lavoro oltreconfine negli ultimi due anni sono almeno raddoppiati. Triplicati su alcune piazze come quella milanese», certificano in Manageritalia, associazione che rappresenta i dirigenti dei servizi. Se prima della crisi solo l’1% andava a lavorare all’estero, oggi sfioriamo il 3%. Sulle piazze più dinamiche come quella milanese si arriva al 7-8%. Poco meno di uno su dieci. «Tutto ciò sta avvenendo anche perché molte multinazionali stanno centralizzando i quartier generali. E così gli italiani che vogliono fare il salto di qualità  devono trasferirsi», valuta il presidente di Manageritalia Guido Carella.
Le destinazioni scritte sui biglietti aerei fino a qualche anno fa erano New York, Miami, Londra, Shanghai, Mosca, San Paolo. Adesso il vento è cambiato. «Il Brasile tiene, ma puoi finire anche a due-tre ore di aereo dalle principali città », punta il dito sul mappamondo Cristina Spagna, managing director di Kilpatrick Executive Search, signora sempre a caccia di talenti «maturi» da esportazione. «Oggi tira molto il Sud Est asiatico — continua Spagna —. Pensare solo all’India è limitativo. Ci sono Bangladesh, Pakistan, Indonesia, Vietnam. Tutto il Nord Africa. Da un pezzo la Cina non è più solo Shanghai. Poi ci sono Turkmenistan, Uzbekistan. Il Qatar».
Chi va nel Far East
Talvolta chi accetta la scommessa del trasferimento va incontro anche a belle sorprese. Andrea Facchini, 45 anni, direttore marketing di Nokia Italia, è appena tornato a Milano dopo due anni in Indonesia. Il primo anno da solo. Il secondo è stato raggiunto a Jakarta dalla moglie medico e dai due figli che frequentano le elementari. «Noi italiani abbiamo una capacità  di adattamento e di stabilire rapporti umani che spesso fanno la differenza — riflette Facchini —. Spesso mi è capitato di sentirmi dire: “Ci troviamo bene con te perché sei italiano”. Un vantaggio da non trascurare. Per quanto riguarda me, questi due anni all’estero con famiglia sono stati un’esperienza impegnativa ma straordinaria. La sfida mette alla prova la famiglia ma il fatto di superare insieme una situazione difficile rinsalda i legami affettivi. E poi è bastato un anno alla scuola inglese e adesso i miei figli si esprimono correttamente con una seconda lingua».
Organizzazione familiare
Ha fatto una scelta diversa Riccardo Costa, 44 anni, direttore licenze di PGM, Pacific Global management, società  che gestisce le agenzie di modelle «Elite». «Da giugno lavoro a Parigi ma mia moglie e i miei figli di 17 e 10 anni sono rimasti in Italia — racconta —, insieme abbiamo deciso che questa opportunità  non andava persa. Anche perché in Italia gli stipendi si stanno schiacciando verso il basso. E poi nel mio settore, quello del lusso e dello stile, noi italiani abbiamo un’ottima reputazione».
«I vantaggi per chi parte sono soprattutto due: più meritocrazia e più libertà  organizzativa», aggiunge Barbara Calvi, 45 anni, dirigente in Adp, una compagnia americana che si occupa di gestione paghe a livello globale. «Dopo una ristrutturazione interna dovuta a una fusione mi è stato proposto di occuparmi di estero. Ho accettato di buon grado e mi sono trasferita a Praga», racconta Calvi. Ma per una donna è più difficile? «Io non ho figli, ma vedo tante colleghe straniere con uno, due bambini. Lavorando all’estero scopri che molto è possibile se si fa un salto culturale. Qui davvero ciascuno è libero di organizzarsi la giornata lavorativa come vuole. Contano solo i risultati».
Il vantaggio, per chi più avanti deciderà  di tornare in Italia, è che sarà  più facile trovare lavoro. «Quelli che dimostrano di saper emergere in selezioni internazionali, poi non hanno più paura di nulla», constata Paolo Iacci, vicepresidente Aidp, associazione italiana direttori del personale. «Certo, questo fenomeno dimostra che abbiamo formato dirigenti di qualità , in grado di dire la propria anche oltreconfine — conclude Guido Carella, presidente di Manageritalia —. Ci piacerebbe che il nostro Paese fosse presto in grado di offrire opportunità  e competenze a chi ha voglia di tornare».
Rita Querzé


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