“Ma sarà  ancora l’Opec a controllare il mercato”

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«L’unico dato di fatto è che l’America spenderà  meno per i suoi fabbisogni energetici. E questo perché con lo shale gas i prezzi interni sono crollati e adesso sta arrivando lo shale oil, che avrà  meno influenza sui prezzi perché nel caso del greggio sono fissati in modo rigido sui mercati internazionali, ma di certo contribuirà  ad alleggerire la bolletta Usa. Però qui mi fermerei». Manouchehr Takin, iraniano di nascita, PhD in geofisica a Cambridge, dopo essere stato il capo della ricerca dell’Opec ai tempi di Zaki Yamani, ha fondato a Londra nel 1990 insieme con il potente sceicco (che oggi sta recuperando dopo un difficile intervento chirurgico) il Center for Global Energy Studies, prestigioso think-tank sul petrolio.
Cos’è che non la convince nell’analisi dell’Agenziainternazionale per l’energia?
«Il ruolo che l’Aie attribuisce agli Stati Uniti nello scacchiere energetico è esagerato. Quanto al gas, probabilmente l’America è autosufficiente, ma nel petrolio questo non avverrà , malgrado gli aumenti di estrazione in North Dakota, Texas e Pennsylvania abbiano alzato di 700mila barili al giorno la produzione. Altrettanto inappropriato è prevedere che verso la fine del decennio o addirittura prima gli Usa produrranno più petrolio dell’Arabia Saudita: il regno è stato in grado di alzare la produzione da 8,6 a 9,7 milioni di barili al giorno nell’ultimo anno basandosi sul calo dell’Iran da oltre 4 a 2,8 milioni di barili per le tensioni a Teheran. Eppure ha ancora 2,5 milioni di barili di riserve accertate più una grossa ulteriore capacità  presunta. Livelli più alti di quelli americani, mobilitabili con rapidità , che tali resteranno. Aggiungo che è arbitrario fare previsioni a lungo termine in una materia come i prezzi petroliferi, regolati da un gran numero di motivi geopolitici e, come dire, bellici o potenziali tali».
Però laminor dipendenzadal Medio Oriente è un fatto. Quali conseguenze potrà  avere?
«Certo, però l’America dovrà  comprare comunque parte del suo petrolio all’estero, in Canada, Sudamerica, sulle coste dell’Angola oppure nell’emergente Sud Sudan, insomma fuori Opec. Quanto alle modifiche nei comportamenti, sono da vedere: forse assisteremo ad un minor impegno militare americano nel mondo arabo».
E l’Opec? Manterrà  il suo potere?
«Direi di sì. I prezzi, ripeto, sono fissati internazionalmente e si applicano anche all’America. E l’Opec continuerà  a contare per almeno metà  della produzione mondiale, e quindi ad essere un elemento dominante, perché se “perderà ” l’America come cliente dovrà  soddisfare i crescenti bisogni di petrolio della Cina, dell’India, del resto dell’Asia e poi dell’Africa nonché dell’Europa post-crisi. Manterrà  intatto il suo potere politico e la sua influenza su una parte grandissima del mondo. Intendiamoci, non è che i Paesi arabi vogliono mantenere semplicemente la loro leadership per motivi di orgoglio verso l’America: il fatto è che governano loro le quotazioni e continueranno a farlo. Questo può valere nei due sensi: l’Opec ha interesse a far sì che i prezzi non scendano sotto i 100 dollari, oggi il riferimento di massima, per non privare i Paesi membri della principale fonte di entrate, ma interviene modulando la produzione anche se salgono troppo come nella scorsa primavera (128,41 il massimo di marzo,
ndr) o nel luglio 2008 quando s’impennò fino a 150 (oggi il valore è intorno ai 110, ndr).
Perché è consapevole che prezzi troppo alti portano prima o poi a un calo della domanda».


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