Cameron:sì al referendum sulla Ue

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Mondo, sei stato avvisato. L’Europa come gigante economico? Sì, questo continuerà  a esserlo. L’Europa come forza di primo piano in un nuovo mondo multipolare? Questo è rimandato alle calende greche, e ora anche a quelle britanniche. Se guardate tutto ciò dall’India, dalla Cina, dalla Russia, dall’America o dal Brasile potete scordarvi di questa prospettiva per il prossimo futuro. Anzi, nei suddetti Paesi se lo sono già  scordato quasi tutti.
Ma il discorso di Cameron? Diciamo che avrebbe potuto essere molto peggio. Da europeista favorevole allo svolgimento di un referendum “dentro o fuori” da tenersi nel corso della prossima legislatura, una volta che la forma dell’Eurozona- Europa e i risultati di qualunque tentativo di rinegoziare le condizioni della presenza britannica nella stessa saranno noti, non posso certo lamentarmi se il primo ministro britannico annuncia esattamente questo. Anche se le espressioni usate sono palesemente finalizzate a compiacere gli euroscettici, c’è da dire che alcune delle critiche rivolte all’Unione Europea odierna sono giustificate.
Prima di tutto, la perorazione del discorso è stata l’argomentazione più chiara, eloquente ed energica che ci si potesse aspettare da un leader di questo Partito conservatore in favore della permanenza della Gran Bretagna nell’Unione, sulla base di solide, lungimiranti e palmerstoniane ragioni di interesse nazionale. Quegli ultimi minuti, più o meno fra le 20.35 e le 20.45 ora di Londra, mi hanno confermato nella posizione che ormai da tempo ho assunto nei confronti dei timori dei miei connazionali europeisti: quando si arriverà  al dunque, il popolo britannico voterà  per rimanere nell’Unione Europea.
Ma hanno anche confermato la futilità  di tutta questa strategia. Perché quelle ragioni fondamentali di interesse nazionale per rimanere in Europa resteranno valide a prescindere dai meschini risultati che potrà  produrre una qualunque rinegoziazione formale dopo il 2015. Anzi, dato che l’Europa è un negoziato permanente, la Gran Bretagna farebbe un affare migliore se restasse per tutto il tempo pienamente coinvolta e desse prove visibili di impegno.
Gli altri Stati membri dell’Unione potranno essere in disaccordo su tutto, ma su una cosa sono d’accordo: la Gran Bretagna non deve godere di nessuna nuova eccezione significativa alle regole del club. Ora saranno disposti a concedere ancora meno. Se la politica europea fosse una partita di bridge, Cameron avrebbe appena gettato al vento il suo miglior atout, la minaccia credibile di un’uscita di Londra dall’Unione.
È un male anche per l’Europa. Alcune delle riforme sensate che Cameron raccomanda agli altri europei ora hanno ancora meno probabilità  di passare, perché a prescindere da quello che il premier britannico dice, tutti hanno la percezione che si sta battendo per la Gran Bretagna, non per l’Europa. In un inciampo raro quanto rivelatore per un oratore esperto come lui, Cameron, illustrando la sua scelta preferita, cioè un nuovo trattato per l’intera Unione Europea, ha detto: «ma se non c’è la volontà  di un nuovo trattato per noi [pausa, incertezza]…
per noi tutti». Un lapsus freudiano, o thatcheriano: secondo la maggior parte degli altri europei, è quello che Cameron pensa inconsciamente.
E però, anche se per l’Europa sarebbe stato meglio andare avanti senza questo ulteriore diversivo dai problemi di fondo che affliggono l’intero progetto, un referendum prima o poi ci sarebbe stato comunque. Con la posta che si è alzata così tanto, sarà  difficile per gli altri partiti rifiutare di lasciare al popolo britannico la possibilità  di scegliere direttamente. Come dicono efficacemente i polacchi: dobbiamo ingoiare questa rana.
Nel frattempo il mondo assisterà  sbadigliando ad altri cinque anni di eurobaraonda. E continuerà  a trattare con l’Europa come adesso: economicamente, un gigante; politicamente, un’idra a più teste.
Guardare Cameron a Mumbai è un’esperienza surreale come leggere Lolita a Teheran.
Sto qui, circondato dalle reliquie più magniloquenti del colonialismo britannico: il monumentale Gateway to India, costruito nella baia di Bombay per celebrare la visita del re-imperatore Giorgio V nel 1911, le sale da tè in stile coloniale che ora fremono di indiani che chiacchierano. E lì, sullo schermo televisivo, cent’anni dopo, un primo ministro inglese dall’aria vagamente vicereale che nonostante tutto considera necessario spiegare, a quella che un tempo era la perla dell’impero, perché la Gran Bretagna farebbe meglio a non scegliere di diventare una Svizzera in mezzo al mare, una Norvegia senza il petrolio o delle Cayman un po’ più grandi.
E gli indiani, quelli – in cima al mucchio – che oggi sono rappresentanti ricchi e sofisticati di una delle grandi potenze emergenti del XXI secolo, come vedono questa remota gimcana politica? Forse non la vedono proprio. I miei amici indiani mi confermano l’impressione avuta, e cioè che il discorso di Cameron non ha fatto notizia sulle principali reti televisive. Gli indiani hanno la loro politica di cui occuparsi, e i loro problemi: la povertà  che c’è qui fa sembrare un paradiso la Grecia travolta dalla crisi. Ma al di là  di questo vedono la faccenda con sentimenti contrastanti.
Si sente parlare di un apprezzamento per Londra come posto dove vivere e fare affari, di un’ammirazione per le università  britanniche (se solo la strampalata scelta del Governo Cameron di limitare le concessioni di visti studenteschi non impedirà  ai loro figli di studiare da noi), di un certo attaccamento alle tradizioni britanniche di letteratura, buongoverno e diritto (un indiano che ha una società  di spedizioni marittime mi racconta che con i suoi partner cinesi stipula contratti basati sul diritto inglese). Ma non c’è la minima eco dell’idea neo-tory che un rapporto strategico speciale fra la Gran Bretagna e l’India, fra la Gran Bretagna e tutti i Paesi del Commonwealth, possa sostituire il posto della Gran Bretagna in Europa e il rapporto dell’India con l’Europa in generale. L’India, come la Gran Bretagna, perseguirà  i propri interessi nazionali, a partire dai suoi vicini. Se già  non lo sa, Cameron questo se lo sentirà  dire di nuovo in occasione della sua seconda visita ufficiale in India, in programma per il mese prossimo.
In definitiva, il punto è questo. La storia ha concesso alla Gran Bretagna carte eccellenti. Pur essendo solo l’ombra dell’impero che era, il nostro Paese può contare su un legame unico con l’Europa, con gli Stati Uniti, con il resto del mondo anglofono e anche con qualche altro Paese (per esempio in America Latina): quadri, cuori, picche e fiori. Chi, se non un idiota, butterebbe via uno dei suoi semi più forti? E noi britannici non siamo idioti, vero? Vero?
(Traduzione di Fabio Galimberti)


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