Limonov, poeta maledetto in cella ogni 31 del mese

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MOSCA — «Io e i miei ragazzi che ci facciamo arrestare ogni 31 del mese per ricordare il diritto a manifestare liberamente siamo i veri e unici oppositori al regime», dice Eduard Limonov senza nemmeno tirare il fiato. Lo scrittore, poeta, combattente nazionalista, ex punk, ex teppista, accusato perfino di traffico di armi e di uccisione di civili innocenti, continua ad amare la provocazione, nonostante i suoi quasi settant’anni. Una provocazione che sembra però temperata dal desiderio di non alienarsi le simpatie di quell’Occidente che lo ha riscoperto adesso grazie al racconto della sua vita fatto dallo scrittore francese Emmanuel Carrère. Una vita «di merda», come lui stesso l’ha definita.
Anche l’ultimo dell’anno Limonov è finito per poche ore in cella, assieme a un gruppetto di altri irriducibili. La protesta nata per le elezioni «sospette» del 2011 e alimentata dalla decisione di Vladimir Putin di tornare al Cremlino, ha visto esaurire man mano la sua forza, con le decine di migliaia di manifestanti via via trasformatesi in centinaia e poi in decine. Ma lui, che il poeta russo Josif Brodskij (che Limonov detestava) paragonò a uno dei personaggi più negativi di Dostoevskij, insiste: «Putin è stanco, insicuro, spento. Non arriverà  alla fine del suo mandato». E il delfino Dmitrij Medvedev? Limonov lo liquida con una battuta: «La cosa più eccitante raccontata nelle sue note biografiche è che da studente andò a raccogliere le patate. Cosa può fare un tipo così?». Ma come verrà  cambiato il potere in Russia? Anche in questo caso il poeta maledetto non rinuncia alla provocazione: «Con la rivoluzione, perché questi sono abbarbicati ai posti di comando. Anzi con l’Iper-rivoluzione». Il che vuol dire nazionalizzazione delle ricchezze del Paese, a cominciare dal gas e dal petrolio, revisione delle privatizzazioni degli anni Novanta.
Limonov rifiuta di essere inchiodato a quello che ha detto in passato. Era nazionalista e fu tra i fondatori del partito nazional-bolscevico. Una forza rosso-bruna che ai tempi instabili del presidente Boris Eltsin suscitava non pochi timori. Ora che quella storia si è chiusa con un fallimento, Limonov quasi ci scherza su: «Ero nazionalista allora, ma adesso credo che la Russia dovrebbe essere un Paese multietnico. E che laddove la maggioranza lo voglia, si dovrebbe consentire l’applicazione della sharia».
Rinnega molte cose del passato Limonov, mentre si crogiola nella celebrità  raggiunta grazie a Carrère che ne sentì parlare in Francia nei primi anni Ottanta, quando il nostro era una mascotte da salotto di un certo piccolo mondo letterario parigino, secondo una felice definizione. Una fama che Limonov definisce «meglio di un premio Nobel, visto che adesso è così svalutato».
Rinnega, rinnega, dicevamo. Ma non tutto. Come il suo passato di combattente «per la libertà ». Per quella dei russi dell’Abkhazia e della Transdnistria contro i georgiani e i moldavi. E per la presunta libertà  dei serbi di Bosnia, autori dei massacri più sanguinosi degli ultimi anni, da Sarajevo a Srebrenica, con le «imprese» degli uomini di Ratko Mladic e del suo presidente Radovan Karadžic. Limonov fu filmato mentre chiacchierava («da giornalista», dice) con Karadžic sulle alture attorno a Sarajevo dalle quali i cecchini uccisero migliaia di abitanti della capitale bosniaca. E poi mentre sparava raffiche di mitragliatrice. «Non verso la città , ma in un poligono», precisa da 17 anni a interlocutori sempre più scettici. Ma non smentisce di aver combattuto «in più guerre», anzi, ne va fiero. Cosa pensa di Karadžic? «Un vero eroe, che ho avuto la fortuna di conoscere». E il massacratore Mladic? «Il generale-contadino, un uomo dal viso semplice».
È difficile dare torto a Eduard Limonov. La sua è stata proprio una vita…
Fabrizio Dragosei


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