«La7» in vendita è un caso politico

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MILANO — La vendita de La7, il terzo polo televisivo dopo Rai e Mediaset, diventa una nuova occasione di scontro tra Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani. Lunedì sera il consiglio di amministrazione di Telecom Italia ha scelto Urbano Cairo per trattare in esclusiva la cessione di Telecom Italia Media, che controlla La7. Ma, a tre giorni dal voto, la vendita trasforma la campagna elettorale in una virulenta battaglia verbale a distanza nel corso delle videochat con i due leader politici, trasmesse in diretta, una dopo l’altra, su Corriere.it.
Dal Pd «avvertimenti mafiosi», attacca Berlusconi. Il Cavaliere è «allergico alle regole», replica Bersani.
Sostiene il leader del Partito democratico: «Siccome siamo in una settimana cruciale, tendo a ragionare come se fossi già  al governo e devo preoccuparmi che le decisioni siano prese in assenza di conflitti di interessi e senza costruire posizioni dominanti e poi che ci sia una traiettoria industriale. La esaminerei così, aggiungendo che una rilettura dell’Antitrust è necessaria». E ancora: «C’è un tavolo delle regole e un tavolo industriale. Non so se Cairo è collegato a Mediaset. Ci sono delle autorità  che si occupano di queste cose, ma chi governa è amico di tutti e parente di nessuno».
Ma il suo esame manda su tutte le furie il leader del Pdl, che ribatte: «Su La7 Bersani ha fatto un avvertimento mafioso. Ha detto: aspettate a vendere perché se saremo al governo interverremo a fare non so cosa a Mediaset per cui La7 varrà  di più. È una situazione da denunciare».
La controreplica di Bersani, affidata alle agenzie, non si fa attendere: «A Berlusconi le regole danno l’orticaria. È curioso perché tutte le volte che uno parla di regole Berlusconi si offende, ma io non ho nominato né lui né La7».
Da lì in poi lo scontro si allarga. Berlusconi trova una sponda in Roberto Maroni. «Il Pd — argomenta il leader della Lega Nord — ha interesse affinché non solo la Rai ma anche le altre tv private rientrino sotto la sua sfera di influenza politica. Ha usato e continua ad usare i mezzi di comunicazione per fare politica e anche molti giornali sono schierati anche se in apparenza sono indipendenti. Il fatto che il Pd voglia avere anche il controllo de La7 mi sembra troppo. E la dimostrazione che il Pd ha sempre predicato bene e razzolato male è il fatto che non abbia mai risolto il conflitto di interessi». Anna Maria Bernini, deputata e portavoce vicario del Pdl rincara la dose, accusando il Pd di essere rimasto «un partito che pretende di orientare e usare per fini di parte allo stesso modo banche, televisioni e magistrati. Cioè aziende e istituzioni, nel caso de La7 con assoluto disprezzo della libertà  economica ed editoriale».
E se Pier Ferdinando Casini (Udc) glissa, e si dichiara «non preoccupato», perché non ha «elementi segreti o particolari per poter pensare che Urbano Cairo sia un emissario di Berlusconi. Se lo fosse sarebbe grave ma fino a quel momento è un competitor come un altro», Anna Finocchiaro picchia duro. «È evidente che, quando si parla di televisione e di conflitto di interessi, Berlusconi si infiamma perché ha la coda di paglia», afferma la presidente del gruppo del Pd al Senato e capolista in Puglia.


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