Il caso Gulotta e i costi della tortura

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Breve riassunto degli eventi. La notte del 27 gennaio 1976, due giovanissimi carabinieri vengono uccisi nella caserma di Alcamo Marina (Trapani). Arrestato e probabilmente torturato, Giuseppe Vesco accusa fra gli altri anche Gulotta, allora diciottenne. Gulotta confessa, anche lui dopo una notte di pestaggi e torture, salvo ritrattare immediatamente non appena messo di fronte al magistrato. Che, primo di una lunga serie, non gli crede.
Racconta oggi il legale di Gulotta, Pardo Cellini, di Certaldo, che «l’avvocata d’ufficio ha poi testimoniato di averlo visto in caserma, la mattina dopo l’arresto, rosso e gonfio, recitare la confessione come fosse indottrinato». Fra l’altro, la stessa avvocata difendeva il chiamante in correità , il che non è esattamente esempio di garanzia processuale.
La condanna, nonostante le continue professioni di innocenza, arriva del 1990: ergastolo. Nel frattempo, il teste d’accusa principale, dopo avere anche lui ritrattato, si è impiccato in cella alla grata della finestra, pur avendo una mano sola.
Nel 2007, finalmente, uno dei carabinieri presenti al pestaggio racconta la verità , descrive i comportamenti dei suoi colleghi come atti di tortura e parte la richiesta di revisione del processo.
Ottenuta l’assoluzione, si è aperta la fase della “riparazione”, prevista dall’articolo 643 del codice di procedura penale.
Come si è arrivati alla cifra di 69 milioni? «Intanto, la sentenza di assoluzione, che è già  esecutiva, stabiliva la restituzione di 25.000 euro trattenuti dalla busta paga del detenuto lavoratore che l’amministrazione si prende a titolo di mantenimento». L’amministrazione penitenziaria, tuttavia, sta facendo orecchi da mercante. «La cifra finale è comunque il risultato di un calcolo suggerito da due precedenti pronunce della Cassazione. I modi sono codificati», dice l’avvocato.
La pronuncia sulla quantità  spetta alla corte che ha sentenziato l’assoluzione, il risarcimento spetta allo stato (art. 647 cpp), ovvero al ministero dell’economia, che funge da surrogato per quello che dovrà  essere individuato come il responsabile.
Ma qui c’è un punto in più. «Qui siamo di fronte a una vera e propria induzione all’errore giudiziario», spiega Cellini.
Gli «induttori», ovviamente sono i carabinieri che ad Alcamo ritennero di risolvere un’indagine per omicidio torturando il primo sospettato e, a catena, i suoi chiamati in correità . Spetterà  poi al tesoro rivalersi sul ministero della difesa e sull’arma dei carabinieri.
Partendo dalle cifre, anni di galera e calcolo della riparazione, il caso risolleva la questione irrisolta della tortura. Forse soltanto quando il costo della tortura sarà  insostenibile in termini monetari, il paese accetterà  l’idea che la tortura non può che essere considerata un reato.


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