I migranti sfruttati nelle terre della vergogna

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Nella loro freddezza, i numeri possono fornire un adeguato contesto ma non riescono a spiegare tutto. Non riescono a descrivere, ad esempio, come si sente un indiano del Punjab quando si sveglia all’alba per andare a raccogliere zucchine o cocomeri in una campagna per lui straniera, o cosa prova quando il padrone non rispetta i patti e tarda a pagargli il salario. Ci dicono però che, nei periodi di punta, tra Borgo Sabotino e Borgo Grappa lavorano nelle terre non desertificate dall’espansione industriale fino a 25 mila immigrati, il che fa di questo pezzo di Basso Lazio una “piccola India” di casa nostra. È un proletariato delle campagne che si mostra solo in occasione delle colorate feste religiose sikh. Ma, come il campesino Garabombo di Manuel Scorza, per quanti turbanti indossi non riesce mai a rendersi davvero visibile. 
Fatta eccezione per i periodi di punta, la Cgil stima in 12 mila persone la presenza stabile degli indiani nell’area pontina. A partire dai primi arrivi, negli anni ’80, è stata una continua crescita, e ogni anno dei 20 mila sikh che dall’India emigrano verso l’Europa – in gran parte con regolari permessi di lavoro – una fetta finisce nelle campagne del Basso Lazio bonificate da Mussolini. La loro vita professionale, secondo un dossier dell’associazione In Migrazione, è caratterizzata da cinque P: i loro lavori sono pesanti, pericolosi, precari, poco pagati e penalizzati socialmente. È stato così fin dall’inizio, e ancora oggi la comunità  indiana vive isolata e separata dagli italiani, soffre della mancanza di servizi loro dedicati – di insegnamento dell’italiano o di mediazione culturale, ad esempio – è tuttora vittima di ripetuti e spiacevoli episodi di razzismo, e non riesce a inserirsi nel mondo del lavoro oltre quello nei campi o negli allevamenti di bufale, dove è regolarmente sfruttata e spesso lavora in condizioni di vera e propria schiavitù. Eppure senza di essa l’agricoltura locale rimarrebbe letteralmente senza braccia.
Quella degli indiani nel sud pontino e nell’area del Parco Nazionale del Circeo è «una presenza silenziosa e operosa», come la definisce il rapporto di In Migrazione. I sikh si possono incontrare la mattina o alla sera quando rientrano dal lavoro, in bicicletta con le inconfondibili barbe e i colorati turbanti lungo strade ipertrafficate e senza marciapiedi. Difficilmente, però, si assiste a scene come quelle che ogni notte accadono poco più a sud, lungo la Domiziana o nelle piazze di Villa Literno e Cancello Arnone, dove al far di ogni mattina, tra le 5 e le 7, si può assistere al più grande mercato informale di braccia d’Italia. I caporali indiani non vanno in giro con i pullmini a raccattare gli immigrati contrattando la prestazione volta per volta, come accade nella little Africa casertana. Di solito la mediazione avviene in Punjab, prima della partenza, e nel prezzo pagato per arrivare in Europa è compresa anche la percentuale per il caporale. «Ho pagato più di 10 mila euro. Tanti soldi miei e della mia famiglia per venire qua a lavorare. Il viaggio è durato sei mesi, siamo passati dalla Russia, dalla Germania e dalla Francia. Sono morte donne e bambini, i cadaveri sono stati buttati via per paura. Io non volevo, ma un uomo grande, forse russo, mi minacciava e mi diceva di stare zitto», racconta a In Migrazione Sukirat, un operaio trentenne da cinque anni in Italia.
Di solito, quando si parla della tratta dei migranti, si pensa ai barconi che solcano il Mediterraneo per approdare a Lampedusa o sulle coste siciliane – ma è capitato persino che qualcuno si spingesse fin quassù sul litorale pontino, qualche anno fa il ministro dell’Interno Maroni ne fece respingere uno senza nemmeno appurare se a bordo ci fossero perseguitati politici cui concedere asilo, nel silenzio generale e con l’unica voce di denuncia di Amnesty International. Invece esistono anche altre tratte minori, con scafisti non meno privi di scrupoli e altrettanti procacciatori, mediatori e mercanti di braccia. 
Sotto il naso di Garibaldi
Oggi, nonostante la recessione, gli immigrati servono non meno di prima. Ma è su di loro – i più deboli e indifesi, come sempre – che i padroni scaricano i costi della crisi. A Villa Literno, nel casertano, riesco a scambiare quattro chiacchiere con una donna rumena in attesa del caporale, all’alba di una mattina come tante altre nella piazza con al centro una statua del generale Giuseppe Garibaldi – ridotto al rango di vigile urbano – attorno alla quale ogni mattina, dalle 5 alle 7, va in scena la più gigantesca, incredibile compravendita di moderni schiavi d’Italia, mentre il resto del paese dorme. È giovane, minuta. Il volto scuro, abbronzato, indurito dal sole le aggiunge probabilmente qualche anno a quelli che realmente ha. Mi spiega che le cose sono andate via via peggiorando a partire dal 2007: «I padroni hanno cominciato a dichiarare sempre meno giornate di lavoro. Quest’anno non me ne hanno certificato neppure una, e così io non posso avere l’assistenza statale per i miei figli». Quando le chiedo quanto guadagna al giorno, la donna rimane in silenzio. Fa finta di non capire, non vuole dirlo. Ha paura. Allo stesso modo si comporta un altro gruppo di lavoratori rumeni: si mettono persino in posa per uno scatto, ma alla prima domanda cambiano atteggiamento. Molti di loro si ritraggono per timore che nessuno li prenda più a lavorare. 
Secondo la Flai-Cgil i compensi si sono ridotti a una ventina di euro al giorno, per dieci-dodici ore di lavoro massacrante alle quali vanno aggiunte almeno un altro paio di mercanteggiamento mattutino e per il trasporto. È così che la crisi viene scaricata ancora una volta sugli anelli più deboli della catena. A questo ennesimo effetto collaterale della Grande Recessione si va ad aggiungere la concorrenza al ribasso che si è instaurata tra rumeni e africani. I primi sono comunitari e dunque non soggetti al ricatto della clandestinità , ma più disponibili ad accettare compensi più bassi poiché di solito a trasferirsi in Italia e a lavorare sono in due, marito e moglie, il che consente di proteggersi a vicenda. Gli africani invece, quasi tutti provenienti dal Burkina Faso, sopravvissuti al Sahara e al Canale di Sicilia e in genere molto giovani, devono provvedere da soli alle spese di affitto e di sostentamento, e per questo non possono accettare paghe eccessivamente basse.
«Veniamo qui tutte le mattine, alle volte andiamo di nascosto nei campi, soprattutto negli allevamenti bufalini dove lavorano gli indiani. Se riusciamo a risolvere anche un piccolo problema, poi sono loro a venire a cercarci anche per l’assistenza sanitaria o per iscrivere i figli a scuola», mi spiega Tammaro Della Corte, un giovane attivista della locale Camera del lavoro intitolata a Jerry Esslan Masslo, la cui morte, proprio qui a Villa Literno nel 1989, fece scoprire all’Italia la presenza degli immigrati e fu la scintilla che portò alla nascita del primo movimento antirazzista e della prima legge sull’immigrazione del nostro Paese: la legge Martelli. Masslo, un giovane mite e colto, fu uno dei primi africani ad arrivare a Villa Literno. Fuggiva dall’apartheid in Sudafrica e finì vittima di un abborracciato Ku Klux Klan di casa nostra, una banda di ragazzini che si divertiva ad andare a caccia di immigrati per spaventarli o rapinarli, per sport come nell’Alabama schiavista degli anni bui. Per fortuna oggi episodi del genere non sono più all’ordine del giorno e gli immigrati vivono in abitazioni più decenti, anche se non sono passati molti anni da quella notte di San Gennaro del 2008 quando un commando di killer della camorra, guidati dal boss emergente Giuseppe Setola, sterminò sei africani in una sartoria di Castel Volturno. Ed è qui, in questo avamposto maledetto d’Africa italiana, che il 9 novembre 2008 morirà  “Mama Africa” Miriam Makeba, poche ore dopo aver fatto ballare, struggersi di nostalgia e divertire alcune migliaia di sopravvissuti alle stragi di camorra, ai Ku Klux Klan locali e a tutti gli altri pericoli che questa terra dissemina lungo la loro strada, più numerosi di ciò che riesce a offrire.
Ad occuparsi degli immigrati, in Terra di Lavoro, ci sono solo organizzazioni di frontiera, né più né meno che in un qualsiasi slum africano: i missionari comboniani, un centro sociale occupato. La Cgil va di nascosto nei campi o negli allevamenti bufalini per avvicinare lavoratori che altrimenti sarebbero in balìa del mercato più selvaggio, che da queste parti assume le sembianze di una vera e propria schiavitù. La politica fa la parte dello struzzo – spesso per convenienza più che per ideologia – l’opinione pubblica è disinformata o non vuole accorgersi dell’esistenza di un Terzo mondo interno – come lo definirebbe lo storico Alessandro Portelli – anche qui da noi, e chi fa affari con gli immigrati ha interesse a che non venga introdotta alcuna regola. E la mancanza di regole fa sì che l’occasione e la mancanza di alternative rendano ladro anche la persona onesta. «L’agricoltura è per forza di cose flessibile, legata alla stagionalità , almeno nei paesi mediterranei dove le colture in serra non sono molto diffuse. Con questo bisogna fare i conti, ma in Italia esiste una deregulation completa. Se non ci sono luoghi in cui possano incontrarsi la domanda e l’offerta di lavoro, anche un agricoltore onesto non sa a chi rivolgersi. I caporali in fondo non hanno fatto altro che inventare il lavoro interinale prima dei governi», spiega Davide Fiatti della Flai-Cgil. Non si pensi che si tratta di un fenomeno marginale: su un milione e centomila lavoratori nell’agricoltura in Italia, ben un milione sono stagionali. Secondo l’Istat, il 43 per cento del lavoro in agricoltura è sommerso, per un’evasione contributiva stimata in 420 milioni all’anno. Il che vuol dire che 400 mila persone in tutta Italia lavorano al nero, senza diritti e tutele. Di questi, almeno 100 mila sono costretti a subire forme di ricatto lavorativo e a vivere in abitazioni fatiscenti. Nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di migranti. 
Il copione che si rispetta fedelmente tutte le notti nella “piazza degli schiavi” di Villa Literno – e in egual misura a Castel Volturno, a Parete e lungo tutta la Domiziana – e che coinvolge, a seconda delle stagioni, un numero di immigrati che può arrivare anche a 15-20 mila persone, è sempre lo stesso: i caporali accostano, tirano giù il finestrino e contrattano prezzo e condizioni, poi se l’affare va in porto i lavoratori salgono a bordo, spesso stipandosi all’inverosimile. Di solito non sanno nemmeno dove andranno a lavorare. I caporali un tempo erano italiani, oggi sono sempre più spesso della stessa nazionalità  dei lavoratori. È un fenomeno cominciato come una sorta di mutualità  etnica – chi era arrivato da più tempo aiutava i connazionali a sistemarsi, è accaduto anche per l’emigrazione italiana nelle Americhe – ma con il tempo si è trasformato in un piccolo business: i mediatori prendono 5 euro per il trasporto, 3,5 per il panino e 1,5 per una bottiglietta d’acqua. La contrattazione dura al massimo qualche minuto e la stessa scena si ripete in centinaia di punti per un paio d’ore. Al termine, nella piazza semideserta rimarranno solo gli sfortunati che nessuno ha voluto e ai quali non rimarrà  altro che ciondolare per il paese in attesa della notte successiva. Quando i cittadini si risvegliano, non troveranno traccia di quanto accaduto. I Garabombo di Villa Literno, come strani esseri animati della notte, alle prime luci del giorno tornano invisibili.
Viene in mente il “mercato degli schiavi” di Benevento raccontato nel 1953 da Corrado Alvaro: migliaia di giovani che i padri mettevano in vendita nella centralissima piazza del Duomo, il 15 agosto di ogni anno, come garzoni – “gualani”, in dialetto – al servizio di ricchi possidenti o allevatori. Erano italiani, e questo può in parte spiegare, forse, l’indifferenza con cui un mercato di siffatte proporzioni continui a essere accettato con tanta naturalezza. Le piazze dei paesi del Sud Italia sono sempre state una sorta di agenzie interinali ante litteram, cui attingevano compagnie del Nord per reclutare “musi neri” per le miniere, latifondisti e medi proprietari terrieri in cerca di braccia per l’agricoltura. In buona sostanza, a cercare lavoro nella “piazza degli schiavi” di Villa Literno, fino a qualche decennio fa, c’erano i casalesi e non gli africani. 
A braccia incrociate
Nel Basso Lazio non si vedono scene del genere. I sikh sanno già  dove andranno a lavorare e non hanno bisogno di mediatori in loco. Ma non per questo sono meno sfruttati. Il sociologo Marco Omizzolo, che la scorsa estate si è “infiltrato” nella comunità  indiana allo scopo di raccontarne usi e costumi, ha raccolto diverse testimonianze. «Io lavoro in campagna. Vado in macchina con un amico dalle 6 alle 17-18. Dipende dal padrone: io non ho orario. Carico tutto il giorno camion con zucchine o verdura. Lavoro senza mai ferie, ma non mi pagano: il padrone mi dà  soldi una volta ogni 4-5 mesi. Così è difficile vivere», dice Madanjeet, un ragazzo che da due anni è in Italia. «Lavoro dieci giorni al mese, prima lavoravo tutti i giorni. Guadagnavo cinque euro l’ora con contratto regolare e con un bravo padrone. Ora guadagno 2 euro l’ora», racconta Sukirat, 45 anni e una famiglia in India a cui mandare i risparmi.
«La globalizzazione ha prodotto una contrazione dei prezzi di produzione, spostando verso il basso, e quindi verso la manodopera, il contenimento dei costi», spiega il segretario della Flai- Cgil Sergio Siracusa. Nell’area pontina si arriva al massimo ai 4 euro all’ora, contro gli otto previsti dal contratto nazionale. Eppure, se non ci fossero i sikh del Punjab, l’agricoltura locale rimarrebbe senza braccia e così alla crisi industriale ci troveremmo costretti a registrare anche il collasso della produzione alimentare. Lo hanno dimostrato gli africani di Villa Literno nell’ottobre del 2010 quando incrociarono le braccia tutti insieme in quello che sarà  ricordato come lo “sciopero delle rotonde” e gli indiani di Latina che, alla fine di maggio del 2010, scesero in piazza per reclamare i loro diritti e che ora fanno capolino dalle pareti dell’ufficio del segretario della Camera del Lavoro di Latina Giovanni Gioia. «Fu una manifestazione epica, è stata la prima e unica volta che siamo riusciti a portare in piazza un migliaio di sikh», dice. Ma, nonostante le proteste e l’impegno di sindacati e associazioni antirazziste, molto poco è cambiato nella coscienza civile del nostro Paese. Dall’introduzione del reato specifico, nel 2011, solo 42 caporali sono stati arrestati o denunciati, segno di una forte connivenza tra lavoratori e mediatori. Mentre nel solo 2012 sono state arrestate 435 persone per riduzione in schiavitù, tratta e commercio, alienazione e acquisto di schiavi. Garabombo è rimasto invisibile, e tutto lascia pensare che lo resterà  ancora per molto.


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