Per un capitalismo sostenibile

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Nella prima fase che segna l’affermazione del capitalismo industriale, il profitto viene estratto dallo sfruttamento del lavoro. Il conflitto sociale nasce dalla contrapposizione tra gli interessi capitalistici e quelli della democrazia politica: da una parte i rendimenti del capitale, dall’altra i redditi da lavoro sostenuti dal sindacato e promossi dallo sviluppo della democrazia. La composizione tra queste due esigenze è affidata a politiche dei redditi che si esprimono attraverso una distribuzione proporzionale all’aumento della produttività . La libertà  nello scambio delle merci è “compensata” da controlli di varia natura sul movimento dei capitali. L’insieme di queste politiche sociali, commerciali e finanziarie permette di promuovere una fase caratterizzata da crescita economica e maggiore eguaglianza: l’età  dell’oro (1945-1973). Dopo il primo shock petrolifero, la situazione muta radicalmente: si scatena una controffensiva capitalistica segnata dalla liberazione del movimento dei capitali. Agli inizi degli anni ’80 si verifica dunque una transizione dal capitalismo industriale al capitalismo finanziario mentre il profitto è realizzato sempre più attraverso la mobilità  del capitale che assicura rendimenti più elevati. La tassazione dei capitali da parte dello stato viene contrastata con un progressivo occultamento dei redditi nei “paradisi fiscali”. Nel luglio 2012 uno studio di James Henry McKinsey, stimava il patrimonio nascosto dai super-ricchi nei paradisi fiscali in oltre 32mila miliardi di dollari, una cifra equivalente alla somma delle economie degli Stati Uniti e del Giappone. In questa fase, il capitalismo realizza l’obiettivo mancato dal movimento operaio: una vera e propria “internazionale capitalistica” che provoca enormi diseguaglianze tra capitale e lavoro e minaccia di deprimere la domanda. Questa minaccia viene fronteggiata con un indebitamento sistematico che dà  luogo a una “grande sbornia” del credito: una vera e propria inflazione finanziaria. L’indebitamento delle famiglie e delle imprese che ne risulta viene sistematicamente rinnovato così da rendere il nuovo capitalismo finanziario un sistema nel quale i debiti non si rimborsano mai. Una scommessa chiaramente insostenibile eppure incentivata dai governi e avallata dalle agenzie di rating contro ogni logica. Ma le onde del debito che si accavallano l’una sull’altra, prima o poi si infrangono sulla riva. È il momento della crisi. L’immensa liquidità  creata dalle banche e dagli altri intermediari finanziari si essicca di colpo. La liquidità  sparisce. Le banche cessano dal farsi credito tra di loro. Ma i debiti restano e devono essere pagati.
Per salvare il capitalismo dal collasso vengono mobilitate risorse pubbliche di una portata mai vista nella storia contemporanea. A differenza degli anni Trenta, quando vi furono massicci interventi statali nell’economia reale (protezionismo, nuove regole, nazionalizzazioni), la crisi attuale è stata fronteggiata attraverso la sostituzione del debito privato con quello pubblico e con l’espansione della moneta da parte delle banche centrali. L’intervento dello Stato ha privilegiato il salvataggio delle banche mentre è stato molto debole sul lato della crescita. E così che i governi sono “puniti” per i loro disavanzi dalle agenzie di rating e riducono le spese sociali addossando i costi della crisi ai ceti più deboli.
In conclusione: gli interventi finora attuati sono stati insufficienti e dannosi. Oggi sarebbe quanto mai necessario un nuovo compromesso storico tra il capitalismo e la democrazia, del tipo di quello che contraddistinse, alla fine della Seconda guerra mondiale, l’età  dell’oro. Abbandonare il capitalismo finanziario sregolato per tornare a un capitalismo governato. Costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali in cui il dollaro non sia più la moneta dominante. Contenere i movimenti di capitale di brevissimo termine con misure fiscali del tipo Tobin tax e dichiarare una vera “guerra” ai paradisi fiscali. Ridurre i divari nella distribuzione della ricchezza non solo perché diseguaglianze troppo marcate sono moralmente inaccettabili ma perché costituiscono un freno allo sviluppo dell’economia.
Uno sviluppo economico sostetato si deve fondare su investimenti, crescita della produttività  e dei salari reali. Per questo la politica dei redditi deve ritornare al centro della politica economica.


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