Una «Merkel del Nord» per guidare la Norvegia

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Il conto alla rovescia di Erna è cominciato. Se la buona stella che l’ha accompagnata dalla «città delle sette montagne» alla grande politica terrà la rotta, dopodomani la ragazza di Bergen si ritaglierà un posto nella storia norvegese come seconda donna premier — la prima per il partito conservatore — ed entrerà nel firmamento delle signore alla guida di Stati e governi dall’Europa alle Americhe.
Scenari nazionali e percorsi biografici diversi, dove s’intrecciano investiture di partito e storie da outsider accomunate da un approccio pragmatico all’amministrazione della cosa pubblica vissuta come bene comune da preservare e proteggere dalle turbolenze internazionali. Succede in Danimarca dove la socialdemocratica Helle Thorning-Schmidt guida il governo dal 2011 o in Slovenia dove lo scorso marzo è stata eletta premier la brillante leader del centro-sinistra Alenka Bratusek. In Argentina con la «presidenta» Cristina Kirchner o in Brasile dove Dilma Rousseff valuta in queste ore come gestire le tensioni nate con Barack Obama in seguito alle rivelazioni del Datagate. E dopo il primo presidente afro-americano gli Stati Uniti potrebbero essere pronti per la prima donna alla Casa Bianca, Hillary Clinton candidata molto probabile alle prossime elezioni.
Ha sorriso contagioso e tempra teutonica Erna Solberg, 52 anni, da nove leader della destra liberale norvegese, già soprannominata «la Merkel scandinava». Stesso percorso dai margini geografici e politici al cuore della scena: dall’Ovest petrolifero Erna, dall’Est comunista la tedesca Angela. Stessa dedizione al lavoro e inflessibilità: per la linea dura scelta nei primi anni Duemila come ministro per le Politiche Regionali, Solberg si guadagnò l’appellativo di «Erna di ferro» (e come Margaret Thatcher ha un debole per i tailleur sgargianti). Soprattutto, predicono i sondaggi, la lady norvegese si appresta a ripetere l’impresa della leader cristiano-democratica che nel 2005 tagliò al carismatico e popolare Gerhard Schroeder la strada per il terzo mandato consecutivo.
Anche in Norvegia la coalizione uscente guidata da Jens Stoltenberg non ha fatto male. La crescita rallenta ma il Paese guarda la crisi da lontano, forte del tesoro petrolifero sul quale poggia un fondo sovrano di 750 miliardi di dollari (il più grande del mondo) e un sistema di welfare da primato. Stoltenberg è riuscito a tenere unito il tessuto sociale dopo le stragi di Anders Behring Breivik del 22 luglio 2011 nelle quali persero la vita 77 persone. Tuttavia l’elettorato è stanco del governo rosso-verde e dopo due mandati è tempo di cambiare: il segreto della stabilità norvegese è la continuità nell’alternanza. Ma si fa strada l’inquietudine per il futuro importata dal continente tormentato dalla crisi.
Lo stesso fattore Utoya potrebbe aver giocato contro i laburisti, accusati di non aver saputo garantire la sicurezza nel quartiere governativo di Oslo e sull’isola del campo estivo della Lega giovanile. Utoya ha iniettato un veleno che è ancora in circolo nell’anima ferita della Norvegia. Proprio l’estremista Partito del progresso nel quale Breivik militò per un breve periodo è considerato il più probabile alleato dei conservatori in una coalizione che potrebbe contare anche sull’appoggio di altre due formazioni più moderate. Coagulato intorno all’opposizione frontale ai laburisti, finora il centro-destra non ha chiarito programmi e rapporti di forza interni. Saranno da definire le modalità dello sfruttamento petrolifero per i prossimi anni; resta un nodo l’immigrazione in una società numericamente ridotta e culturalmente coesa; si studiano interventi per ridurre le tasse, tagliare la spesa, snellire uno stato sociale che secondo i critici non ha convogliato con lungimiranza le risorse economiche nei settori strategici come istruzione e sanità. Dovrà occuparsene Erna, sopravvissuta al declino dei conservatori che ha ripulito dell’immagine elitaria e riportato in auge con uno stile semplice e concreto. Le riconoscono di aver rivoluzionato un partito impastoiato nella vecchia retorica finanziaria incentrata sulle virtù del privato e di aver individuato nuovi campi d’azione: primo fra tutti, il sostegno ai settori industriali non direttamente collegati al petrolio. «Dobbiamo puntare sull’innovazione», ripete la figlia dell’autista di bus che ama passeggiare nella sua Bergen e giocare a Candid Crash Saga su Facebook. I suoi le hanno già trovato un nuovo soprannome, Erna la stella.
Maria Serena Natale


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