Il digiuno delle beffe di chi specula sul Papa

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Oggi a San Pietro non sarà così. Papa Bergoglio non ha infatti potuto evitare che alla veglia di digiuno e preghiera da lui promossa contro un’azione militare internazionale in Siria, aderiscano numerosi esponenti del mondo politico, fra cui cinque ministri del governo in carica. Inclusi i responsabili degli Esteri e della Difesa. Non so chi di loro effettivamente digiunerà, né se alcuni di essi vorranno mescolarsi alla folla dei credenti cristiani, ebrei e musulmani, o pacifisti laici. Sarebbe facile rilevare che quasi tutti avevano appoggiato in precedenza la guerra di Bush in Iraq: se hanno cambiato idea, com’è legittimo, non risulta che lo abbiano dichiarato. Basti pensare che fra i digiunatori odierni dovrebbero esserci anche, in blocco, capitanati da Ignazio La Russa, i dirigenti della destra di Fratelli d’Italia.
Si proclamano impegnati contro una guerra in Siria, come se la guerra in Siria non fosse in corso già da due anni, con più di centomila morti e milioni di profughi, mentre noi tutti giravamo la testa dall’altra parte. E intanto qualcuno, sottovoce, replica l’argomento dimostratosi così miope nei Balcani: «I contendenti sono uno peggio dell’altro, lasciamo che si ammazzino fra di loro. Certo, è doloroso che ci vadano di mezzo i bambini e la popolazione innocente, ma noi non possiamo farci nulla. Meglio che i tagliagole si indeboliscano sfogandosi fra di loro».
Noto un certo compiacimento nel sottolineare la plastica contrapposizione in atto fra due icone del progressismo contemporaneo, papa Francesco e il presidente Obama: il nuovo profeta della nonviolenza che s’immedesima nei poveri delle periferie del mondo; e il capo di un’America ridimensionata nel suo ruolo di superpotenza, intento nella difficilissima ricerca di un diverso equilibrio planetario.
È facile dire no alla pretesa degli Stati Uniti di perpetuare la loro funzione di gendarme nel disordine internazionale. Ma come ha rilevato
il verde tedesco Joshka Fischer, in mancanza di alternative rischiamo di dover rimpiangere quella vocazione. Non a caso il suo compagno Daniel Cohn- Bendit insiste nel proporre un’azione concertata in Siria con la partecipazione diretta dell’Unione Europea. Invano da noi, quando si consumò la tragedia dei Balcani, fu un pacifista come Alexander Langer a invocare la dolorosa necessità dell’“ingerenza umanitaria”.
Le controindicazioni sono fortissime, non c’è chi non le veda. Ma è troppo comodo trincerarsi dietro all’argomento che oggi è tardi, si sarebbe dovuto intervenire per tempo, da parte di chi al momento giusto si era ben guardato dall’assumersi la responsabilità.
Responsabilità. È questa la parola che dovrebbe inchiodare i ministri oggi accorsi a digiunare con Francesco. Quasi che un gesto nobile e profetico potesse riempire il vuoto della diplomazia internazionale che al vertice di San Pietroburgo si è di nuovo manifestato platealmente.
Il digiuno è un intimo atto di contrizione le cui radici affondano nella tradizione biblica e nella religiosità orientale. Fra sette giorni, nella ricorrenza millenaria del Kippur, gli ebrei si asterranno dal cibo e dall’acqua, dal tramonto alla sera successiva. I musulmani per tutto il mese di Ramadan sopportano la calura del giorno in totale astinenza. La stessa che anticamente veniva praticata anche dai cristiani. Inoltre il digiuno, ben lo sappiamo, può essere un’arma di lotta politica formidabile, come ci insegna la nonv iolenza gandhiana. Ma quale credibilità dovremmo riconoscere – nel pieno di una crisi internazionale – ai titolari di delicatissime azioni diplomatiche e strategiche che cercano rifugio in una profezia la quale non rientra di certo nelle loro prerogative? Con quale legittimità ministri titolari di un uso calibrato della forza, possono derogare, sia pure per un giorno solo, e in ossequio al messaggio evangelico di un Pontefice, alla loro funzione istituzionale?
Riconoscere preziosa la forza spirituale impressa da Francesco al suo nuovo, sorprendente, affascinante magistero, e attribuire la dovuta importanza alla sua forza trascinatrice di cui oggi si sentono partecipi milioni di uomini di buona volontà, non ci esime dall’avanzare di fronte ai nostri rappresentanti politici questa obiezione.
Sarebbe volgare insinuare che la veglia di San Pietro possa trasformarsi in un atto ostile nei confronti di Obama e Hollande solo perché così, strumentalmente, la rivendicheranno Assad e Putin. Questa è la dimensione propagandistica di una guerra feroce già in corso. Papa Francesco ne prescinde, com’è giusto che sia. Non a caso il Vaticano ha smentito seccamente che Bergoglio abbia telefonato al dittatore siriano. E a Putin si è rivolto con una lettera nella sua veste di presidente del vertice fra i capi delle maggiori potenze.
Ma i leader politici italiani che oggi testimoniano con un (lieve) sacrificio nutrizionale la propria indisponibilità all’azione militare, sono davvero sicuri che da domani, a pancia piena, potremo fare a meno di opporci alla barbarie delle armi chimiche ricorrendo ad operazioni di polizia internazionale? È fin troppo facile esprimere il timore che essi debbano presto entrare in contraddizione con se stessi. Dirglielo oggi, non significa certo dichiararsi favorevoli al nostro intervento diretto nella guerra. Solo sarebbe stato meglio che digiunassero riflettendo in silenzio sul loro ruolo passato e presente nella “globalizzazione dell’indifferenza”.


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