La Pussy Riot Nadia spedita in Siberia Il marito: punita così

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Un lungo viaggio in treno tra Europa e Asia, dalla Mordovia alla «terra che dorme» attraverso il corpo santo della Russia, avanti verso le solitudini di ghiaccio siberiane. Scomparsa due settimane fa, la madonna pop dell’opposizione Nadezhda Tolokonnikova ricompare su un convoglio diretto alla colonia penale numero 50 di Nizhny Ingash, 4.500 chilometri e quattro fusi orari da Mosca. L’ultimo capitolo di questa storia inattuale di campi di lavoro e trasferimenti forzati lo scrive il marito attivista Piotr Verzilov su Twitter, hashtag #FreePussyRiot , liberatela.
Passato e presente, suggestioni letterarie e protesta politica si rincorrono nell’avventura di «Nadia Tolokno», com’è ormai nota ben oltre la galassia del dissenso russo la leader carismatica del collettivo Pussy Riot condannata a due anni di detenzione per «teppismo motivato da odio religioso». Arrestata insieme a due compagne per aver profanato nel febbraio 2012 la cattedrale di Cristo Salvatore con una preghiera punk contro l’allora premier Vladimir Putin, Nadia è diventata il volto combattivo e sexy di una vicenda giudiziaria monitorata dalle organizzazioni per i diritti umani e dall’Europa. Nei giorni scorsi il marito e il padre avevano lanciato l’allarme sulla sua sparizione ma le autorità si erano trincerate dietro la legge che vieta di comunicare ai familiari i dettagli sugli spostamenti prima che il detenuto sia giunto a destinazione. Le ultime informazioni ottenute da Piotr arrivano da anonime «fonti penitenziarie». Lo spettacolare trasferimento sulla Transiberiana è destinato ad alimentare ulteriormente la mobilitazione internazionale sul caso ma appare anche l’ennesima prova muscolare di un potere deciso a mandare segnali inequivocabili sulle proprie capacità «rieducative».
«Hanno voluto punirla», dice Piotr citando la lettera aperta dello scorso settembre, nella quale Nadia denunciava le condizioni di «schiavitù» imposte ai prigionieri del campo di lavoro della Mordovia, dov’era stata accolta dal colonnello Kupriyanov: «Sappi che sono uno stalinista». Quattordici mesi di minacce e maltrattamenti in un buco nero dell’arcipelago Gulag riemerso intatto dal secolo scorso. E lo sciopero della fame annunciato a mezzo stampa: «Continuerò finché non ci tratteranno come esseri umani».
A parte scatti ufficiali di alcuni mesi fa che la ritraggono al lavoro in divisa, non ci sono immagini recenti di Nadia. Sui social network circolano le foto del processo, il bel volto incorniciato dai capelli scuri, il pugno chiuso e la maglietta azzurra con la scritta «No pasarán!». Il commissario russo per i diritti umani Vladimir Lukin assicura: «E’ seguita da un medico, mangia bene».
Sinistro regalo, la deportazione nella «sua» Siberia. Studentessa di filosofia e madre di una bimba, Tolokno è nata a Norilsk, 1.500 chilometri a nord della regione di Krasnojarsk dove si trova la nuova colonia penale, snodo della rete di campi staliniani che si ricollega al passato imperiale: qui gli imperatori mandavano gli esiliati politici, spostamenti agevolati dalla Transiberiana inaugurata da Nicola II. Domani Nadia compie 24 anni.
Maria Serena Natale


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