Immigrazione, la stretta di Cameron sui sussidi

LONDRA. Gli anglofoni hanno un’immagine meno agro-silvo-pastoral-sessista per definire il desiderio di due cose difficilmente ottenibili l’una senza l’altra: noi parliamo di botti piene e di mogli ubriache; loro dicono «avere la torta e mangiarsela». Ebbene, sembra proprio che David Cameron abbia una voglia matta di mangiarsela questa torta; ma anche di lasciarla nella dispensa.
La torta in questione è la presenza del Paese in Europa, in bilico da prima di Cromwell e resa in queste ore più che mai precaria dalle politiche sull’immigrazione dell’Unione Europea, che la Gran Bretagna della coalizione Tory/Lib-Dem trova troppo liberali (con buona pace di Nick Clegg, meschino). O meglio: sull’immigrazione della parte povera dell’Unione Europea verso quella ricca, giacché di solito i casi contrari non abbondano.
Proprio giovedì sera, in un discorso tenuto a Vilnius – guarda caso, la Lituania è proprio uno dei Paesi del gruppo baltico-orientale che contribuiscono all’influsso di quella manodopera sottocosto vitale per il galleggiamento del Paese – Cameron ha nuovamente stigmatizzato il fenomeno dell’immigrazione, parlando di «turismo dei sussidi» una formula che sembra uscita da un truce corsivista del Sun.
Tutto questo avveniva sulla scia dell’attacco rivoltogli da László Andor, commissario europeo ungherese responsabile dell’occupazione, che ha avvertito il Regno Unito di rischiare l’immagine di nasty country (brutto Paese), un epiteto in uso corrente nella sinistra britannica per definire l’ala thatcheriana del partito conservatore – nasty party, appunto – al quale Cameron cerca(va) di dare una riverniciata liberal. Sarebbe stata un’uscita più felice se magari a pronunciarla non fosse stato un connazionale di Orbàn, ma questo è un altro discorso. Fatto sta che il premier non ha gradito: chiamato il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso al telefono per protestare, questi si è visto prevedibilmente costretto a ricordargli la banale eppure indissolubile identità fra la circolazione libera di capitali – presupposto fondante del progetto neoliberista sotteso alla stessa Ue – e l’altrettanto libera circolazione del lavoro.
La situazione resta dunque complessa per Cameron, che in questo suo richiamo alla difesa delle frontiere e a limitare l’accesso ai sussidi ha incassato l’appoggio di Francia e Germania. Certo, la sua è una retorica che in parte rientra nel tradizionale canone conservatore, da sempre sospettoso quando non apertamente ostile a quegli inevitabili flussi migratori che l’inseguimento febbrile di lavoro a basso costo impone a livello globale; ma è anche accentuata dalla pressione dal partito xenofobo Ukip, la cui ragguardevole crescita complica ulteriormente l’equilibrismo centrodestrorso del premier britannico, altrettanto insidiato dalla destra euroscettica del suo stesso partito, che già gli preferisce il sindaco di Londra Boris Johnson come futuro leader e candidato alla premiership.
Il fatto è che, nonostante le promesse elettorali di Cameron, le cifre dell’immigrazione in Gran Bretagna sono tutt’altro che scese rispetto al periodo in cui governava il Labour; e si avvicina poi minacciosa la scadenza del primo gennaio, quando sarà ufficializzato il libero ingresso dei lavoratori migranti dalla Romania e dalla Bulgaria, entrate nell’Ue già nel 2007. È soprattutto per questo che Cameron, lo scorso mercoledì, ha frettolosamente sciorinato una serie di misure il cui scopo ufficiale è quello di arginare l’ingorda abbuffata dei poveri neo-europei alla mensa del welfare britannico, ma il cui scopo è platealmente politico. Secondo queste misure, gli immigrati dovranno aspettare tre mesi prima di richiedere il sussidio di disoccupazione, potranno mantenerlo soltanto per sei mesi e, se deportati, i clandestini saranno banditi per un anno dal rientrare nel Paese.
Lungi dall’opporsi al merito di questi provvedimenti, i laburisti gli hanno mosso delle critiche puramente formali, contestando al primo ministro di averli precipitosamente inseriti a sole sei settimane da detta scadenza, e di non avere la minima idea di quanti bulgari e romeni attraverseranno più o meno legalmente la manica dal 2014. È chiaro che Cameron usi l’immigrazione come leva elettorale: non solo gli fa buon gioco in un Paese già abbondantemente incattivito sull’argomento, anche grazie alla martellante retorica xenofoba dei tabloid; rientra comunque nel suo piano già ampiamente in atto di smantellamento dello stato sociale e di mercatizzazione di ogni residuo del vivere comune di cui la Gran Bretagna è da sempre principale araldo in Europa. Eppure è triste vedere un Paese da sempre modello di accoglienza di perseguitati di ogni genere asserragliarsi al grido di «mamma libulgari».


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