Kiev cede sulle leggi anti-protesta. Ma si rischia lo stato di emergenza

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È tarda sera, fa molto freddo e qualche migliaio di persone aspetta l’esito dell’incontro tra il capo di Stato e i tre leader dell’opposizione: il già ministro degli Esteri, Arsenij Yatsenyuk; l’ex pugile Vitalij Klitschko; il nazionalista Oleg Tyagnybok. Il momento è drammaticamente decisivo. Con tutta probabilità solo oggi sapremo se la crisi avrà trovato una via d’uscita politica o se lo scontro tra i manifestanti e la polizia diventerà totale. Il Parlamento, controllato da una maggioranza favorevole a Yanukovich, si riunisce in seduta straordinaria per decidere. Può cancellare i decreti liberticidi emessi dal governo lo scorso 16 gennaio e quindi aprire al nuovo corso (ieri, durante l’incontro con gli oppositori, il presidente ha accettato di cancellare le leggi anti-protesta). Oppure dichiarare lo stato di emergenza, avallando la proposta del ministro della Giustizia Olena Lukash (anche lei presente al vertice con l’opposizione), con il rischio di far sprofondare il Paese nella guerra civile. Intanto dal carcere Yulia Tymoshenko, la leader della rivoluzione arancione, lancia un appello ai capi dell’opposizione: «Non accettate condizioni così umilianti». Finora il presidente ha offerto di consegnare di fatto il governo agli oppositori, ma, in queste condizioni, sarebbe come cedere una scatola semi vuota. Lo ha confermato nella nottata, ancora una volta, uno degli oppositori, Yatsenyuk.
Il movimento di Maidan vuole le dimissioni del presidente. Dopo gli scontri dei giorni scorsi, ieri, fino a tarda notte, la piazza appare come sospesa nell’incertezza. Le tende, i baraccamenti, le bandiere ufficiali gialle e azzurre, quelle nazionaliste rosse e nere, le dodici stelle della Ue. È un pluralismo antropologico, prima ancora che politico. Negli androni delle palazzine, giovani in tuta nera si preparano alla battaglia saldando l’impugnatura agli scudi di ferro. Ma cinquanta metri più in là, si incontra Lia, una studentessa di 22 anni che distribuisce bicchieri di zuppa con carne e farro. Oppure si può chiacchierare con Anatoly, 25 anni, che si è portato il casco, ma lo ha chiuso nello zaino perché non vuole la violenza, mentre davanti a lui sfilano quarantenni e cinquantenni in mimetica con bastoni e sbarre di acciaio e perfino un signore con un’incredibile tuta da sci argentata e una mazza da hockey tra i guanti.
Non è folclore. È l’Ucraina di oggi: un Paese già al limite. A Kiev i manifestanti puntano ormai alle sedi istituzionali. Nella mattinata la polizia ha fatto sgomberare il ministero della Giustizia, occupato dagli attivisti. E anche nel resto del territorio la protesta si organizza e si concentra intorno ai governatorati regionali: ieri gli agenti dello Stato hanno ripreso il controllo del palazzo di Cherkassi (centro del Paese) e di Sumi (nord-est). Sul piano internazionale, al sostegno politico ed economico di Vladimir Putin a Yanukovich corrisponde, almeno per ora, una risposta confusa da parte della Ue. I Paesi europei procedono in ordine sparso: Polonia, Lituania, Estonia, Lettonia e Svezia chiedono una reazione molto dura, in chiave anti-russa. Gli altri, Italia compresa, sono variamente più cauti.
Giuseppe Sarcina


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