La Svizzera, gli stranieri e la libertà ristretta

La più stringente (è il caso di dirlo) argomentazione a favore del sì nel referendum di oggi, che dovrebbe limitare pesantemente l’immigrazione in Svizzera, è stata portata dal signor Marco Brenno, cittadino svizzero. Il quale, in un suo commento su swissinfo.ch, asserisce senza mezzi termini che la Svizzera è stretta. «Il nostro territorio — scrive — è troppo piccolo e prezioso: la superficie utile della Svizzera è solo del 15 per cento, tolte foreste, laghi, fiumi e strade! Se dovesse continuare la forte immigrazione come finora, avremmo disordini sociali certi, uniti a danni ambientali».
Che il problema sia, almeno nella propaganda, il Boden , la vecchia e cara terra — pudicamente travestita da «territorio» e priva del suo antico e abituale socio, il Blut , cioè il sangue — lo si evince dai manifesti della campagna referendaria. Dove si vede la Svizzera — piccolina, tutta rossa e con la sua bella croce bianca — calpestata da un’orda avanzante di grosse scarpacce nere. Che sarebbero gli emigranti, i richiedenti asilo, gli aspiranti al ricongiungimento, ma anche i frontalieri. Tutti insieme, si presume. I direttori di banca italiani di Lugano, i francesi che ogni mattina vanno a lavorare nell’orologeria di lusso di Ginevra, i camerieri, sempre italiani, dei grandi alberghi dell’Engadina, i rifugiati curdi, eritrei o di ogni altra provenienza. In un altro manifesto la Svizzera, sempre rossa e sempre con croce, è la terra, come fosse un vaso, in cui affondano le radici nere e serpentesche di un enorme albero anche lui nero che dà copiosi frutti, ma sulla chioma. Cioè fuori e lontano dalla Svizzera. Più di un secolo fa, nel 1906, era diversa la grafica, ma non troppo diversa la musica. «La Svizzera agli svizzeri», diceva con tautologica compunzione lo slogan ufficiale, ma il senso era tutto nella scritta «Giù le grinfie!» (Klauen weg! ) che sovrastava un eroe nibelungico con spadone, più un Sigfrido che un Guglielmo Tell, intenzionato a tagliare le molte teste e i molti artigli del drago dell’immigrazione.
A vedere i numeri non si direbbe però che in Svizzera si stia così stretti. In Lombardia, tanto per fare un paragone, siamo 10 milioni, un quarto in più degli svizzeri, o meglio dei residenti in Svizzera, che sono otto milioni. È vero che la Lombardia è per oltre il 40 per cento pianeggiante (anche se non scherza in fatto di laghi, fiumi ecc.), ma è anche vero che è per oltre un quarto più piccola della Svizzera, 28.360 contro 41.285 chilometri quadrati. Un quarto di abitanti in più sopra un quarto di superficie (terra?) in meno. Ma questi sono calcoli astratti, il punto dolente è che circa due (il 24,7 per cento) degli otto milioni di residenti in Svizzera sono nati all’estero. Cioè stranieri. E sono continuati a crescere di buon passo anche negli ultimi anni, dato che nel 2000 erano ancora sotto il 20 per cento. La ragione è semplicissima: l’economia svizzera non ha conosciuto la recessione, viaggia con una disoccupazione al 3,5 per cento, cioè al minimo fisiologico, e ha continuato ad attirare manodopera. Italiani in primo luogo, seguiti a ruota da tedeschi e, a maggiore distanza, da portoghesi. Ora, prima di stracciarsi le vesti sulla presunta xenofobia svizzera, pensiamo bene a che cosa vuol dire vivere in un Paese dove quasi un quarto della popolazione è formato da stranieri. Pensiamo, ad esempio, a come abbiamo reagito alla nostra di immigrazione, a quanto abbia inciso sulle nostre difese e sulle nostre paure. E adesso, per capire gli svizzeri, moltiplichiamo il tutto per quattro — difese, paure e reazioni — dato che noi siamo il Paese con il più basso tasso di stranieri, il 7,4 per cento, un quarto della Svizzera, oltre metà della Germania (12) e della Spagna (14,2). Tanto rumore — verrebbe da dire pensando ai casi nostri — se non per nulla per poco, per molto poco.
Il referendum «Contro l’immigrazione di massa» dovrebbe domani perdere nella Confederazione, ma vincere nel Canton Ticino. Anche qui la ragione non è oscura. I ticinesi, a parte gli stranieri residenti, hanno a che fare quotidianamente con la gran maggioranza dei frontalieri — nell’insieme circa sessantamila — cioè di coloro che vivono in Italia e lavorano in Svizzera. Varesotti e comaschi in prevalenza, più i chiavennaschi, che però commutano con i Grigioni. I frontalieri non sono l’obiettivo principale del referendum, anche se si chiede di imporre un tetto, ma certo l’aria che tira per loro non è delle migliori. I partiti a favore del sì nel referendum, l’Unione democratica di centro (Udc), il partito di destra che l’ha promosso, la Lega dei ticinesi, ancor più a destra, e i Verdi, di sinistra ma opportunisti e — loro pensano — furbi, non nascondono la loro insofferenza per i frontalieri. Per l’affollamento sui mezzi pubblici certo, ma soprattutto per i bassi salari che sono disposti (siamo disposti, poveretti noi…) ad accettare. Con grande gioia, è naturale, dei datori di lavoro, i quali si sono infatti dichiarati vigorosamente contrari al referendum.
In realtà il referendum non ha motivazioni precise, elencabili, identificabili. Non economiche, se non andando molto per il sottile, vista la quasi piena occupazione. Ma neppure antropologiche. Qui non c’è spazio per la mitica categoria del diverso, dell’altro da sé e del relativo — e deprecatissimo — rifiuto dell’altro. I varesotti e i comaschi non si presentano alla frontiera con veli e turbanti, non bruciano incensi, non parlano idiomi esotici. Parlano, mangiano, si vestono, si comportano esattamente come i ticinesi. Hanno lo stesso dialetto, lo stesso accento. Sono esattamente gli stessi. Forse pensano anche allo stesso modo. O forse no, non del tutto.
Gli svizzeri non sono i fabbricanti di orologi a cucù sbeffeggiati da Orson Welles nel Terzo uomo. Sono gente alpina, solida e tosta. Hanno praticato per secoli, con competenza e con onore, il mestiere delle armi. Si sono fatti uccidere per difendere, nel 1792, il re di Francia, cioè colui che li pagava. Durante la Seconda guerra mondiale hanno accolto 51 mila profughi civili, di cui 21 mila ebrei, che si sono così salvati. Hanno difeso ostinatamente la loro idea di indipendenza, di neutralità e di libertà. Ma anche di fedeltà alla tradizione, di democrazia diretta e di autogoverno. Che li ha portati a mantenere la divisione dei propri otto milioni di abitanti in ventisei, diconsi ventisei, repubbliche, i cantoni (altro che inutilità delle province…).
Ora, come è possibile che in un Paese così fatto, nel ricco centro e nel cuore dell’Europa, e per di più nel cantone più simile a noi, un referendum che non ha, se non debolissime, motivazioni economiche e non ne ha affatto di antropologiche, visto che è rivolto contro la propria immagine speculare, rischi di vincere? Come è possibile una guerra (metaforica, s’intende) tra ticinesi da una parte e comaschi e varesotti dall’altra? Una cosa ridicola, almeno in apparenza. Ma in realtà molto seria. Laggiù, nel profondo, una connessione essenziale ha ceduto, due piani si sono scollati. Valori universali e sensibilità individuali non vanno più d’accordo. Va bene essere aperti, inclusivi e accoglienti. Ma quando è troppo è troppo. Quando sembra che manchi l’aria, quando non ci si sente più padroni a casa propria, quando si vuole riprendere il controllo su quel che ci circonda, i grandi principi generali vanno a farsi benedire. Non è solo diritto all’egoismo, è un’idea più estesa e modulata di quel che si è, una nuova forma della soggettività. Occorrerebbe qualcuno che riadattasse le travi portanti della civiltà europea a questo nuovo modo di intendere sé stessi, i propri diritti e il proprio ambito, il proprio modo di sentirsi nel mondo. La sensibilità è cambiata, e non è un cambiamento da poco. Forse l’origine vera del referendum, che non è economica e neppure antropologica, è semplicemente culturale.


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