IL DILEMMA DI PUTIN

IL DILEMMA DI PUTIN

Bernardo Valli, la Repubblica
KIEV. IL NEO primo ministro ucraino appare fragile. Lo ascolto e se potessi gli darei una mano. È asciutto. Pallido. Lo sguardo dietro gli occhiali rivela un carattere forte. Ne ha bisogno. Mentre ArseniJ YatsenJuk, 39 anni, parla davanti alla Rada, il Parlamento, decine di jet russi sorvolano la zona confinante con le province orientali ucraine. E a terra centocinquantamila soldati sono in stato d’allerta per ordine del generale Sergei Shojgu, ministro della difesa ed esecutore della volontà di Vladimir Putin, per ora silenzioso. Nelle stesse ore su molti edifici pubblici della Crimea sventolano bandiere russe, messe dai partigiani di una secessione che per la maggioranza degli abitanti russofona sarebbe un ritorno alla patria d’origine. La penisola meridionale potrebbe essere il primo pezzo a staccarsi dalla Repubblica d’Ucraina.
È una provincia autonoma, con un’importante base navale russa su Mar Nero, che sopporta male la rivoluzione nazionale scatenata da Kiev. Ma non è con la forza che si può affrontare la questione. Per l’Ucraina nazionalista sarebbe un’amputazione dolorosa. Anzi, «un atto di aggressione », ha precisato, il moderato neo primo ministro.
Concluso il discorso Arsenij Yatsenjuk viene eletto con 371 voti in favore, 1 contro e 2 astenuti. Un’unanimità eccezionale da parte di un’assemblea in cui da giorni volavano gli insulti, ci si accapigliava, e non si contavano i voltagabbana. L’ovazione tributatagli dopo lo scrutinio è dettata dall’emozione, dall’emergenza che non tollera esitazioni. Dalla fretta. È un atto di fiducia carico di rischi, dice il deputato che mi fa da interprete. Il giovane avvocato catapultato al vertice del governo mentre la patria (parola ricorrente a Kiev) rischia di andare in frantumi è al corrente della natura kamikaze della missione affidatagli. Sa di non avere gli strumenti per esercitare il potere gettatogli tra le braccia. Quando prende la parola, non promette nulla.
È un moderato non un rivoluzionario. Per questo la Piazza, la Majdan, al cui giudizio sono stati sottoposti mercoledì sera i nomi dei ministri, prima ancora che venissero votati in Parlamento, gli ha lesinato gli applausi e dedicato qualche fischio. La Piazza non ama i po-litici, avrebbe voluto un esecutivo senza gli uomini dei partiti. Lui è stato giudicato appena passabile. La rivoluzione non l’ama troppo. Le classi medie spinte all’emigrazione o alla rivolta dalla povertà non si riconoscono in lui. Politici e oligarchi suscitano diffidenza. In quanto ai russi non lo considerano per ora un interlocutore. Viktor Yanukovich, l’ex presidente
in fuga, è ancora il loro uomo anche se non lo stimano. L’ospitano e lo proteggono e fanno come se fosse al potere. Lo usano per intimidire Kiev. Un fantoccio da agitare. Oggi dovrebbe parlare da Rostov.
Il Parlamento che ha appena eletto Yatsenjuk è giudicato illegittimo da Mosca, e quindi per il Cremlino lui, Yatsenjuk, è per ora un usurpatore, o addirittura un bandito, anche se ha l’aspetto di un intellettuale nevrotico. La sua alleata, amica e protettrice, Yiulia Tymoshenko dovrà fargli da sponsor quando riprenderà il dialogo con Vladimir Putin, di cui lei godeva la stima malgrado le divergenze politiche. Per le capitali occidentali la Rada è invece un’istituzione nel
limbo. Né illegale né legale. Nell’attesa di essere riabilitata e riconosciuta. Soprattutto da rinnovare al più presto con elezioni. Ma Stati Uniti ed Europa non potranno aspettare le previste presidenziali del 25 maggio per soccorrere Asrsenij Yatsenjuk. Il paese è a rischio per l’integrità territoriale e per il fallimento incombente sul
piano finanziario. Il Fondo monetario internazionale ha già ricevuto da Yatsenjuk, stimato come ex direttore della banca centrale, una domanda di prestiti: trentacinque miliardi per i prossimi due anni. Diventati urgenti dopo che Mosca ha sospeso, versata la prima trancia di tre miliardi, il versamento dei quindici miliardi di dollari promessi. Ma l’Fmi vuole garanzie, stabilità e riforme, e l’Europa nonostante la buona volontà non è nelle condizioni di fare elargizioni.
No, non è una guerra fredda, ma ne ha l’aria. Il focoso ministro degli esteri polacco, Rodoslaw Sikorski, dice che rischia di essere un conflitto regionale. Non è neppure questo, ma ne ha certi aspetti. Durante la guerra fredda, nei decenni successivi alla Seconda guerra mondiale, non si usavano le armi sui campi di battaglia ma si confrontavano e si opponevano gli armamenti, come mostri silenziosi, anche atomici, dipendenti dalla capacità economica e tecnica delle due grandi potenze. Era una gara colossale tra ideologie, espresse dalle rispettive economie e quindi società. La crisi ucraina avviene in un mondo in cui la potenza russa non è paragonabile a quella americana, ma cerca di esercitare la sua influenza nei paesi dei continenti su cui si stendeva il defunto impero sovietico.
Il grande progetto di Putin è l’Unione euroasiatica, di cui l’Ucraina dovrebbe essere la più importante sponda europea. La sua perdita blocca il progetto. E fa perdere prestigio a Mosca. La discredita agli occhi delle grandi repubbliche asiatiche, del Kazakistan, dell’Uzbekistan. Per Putin è una severa sconfitta. L’uso della forza, se mai si osasse usarla, degraderebbe ancora più l’immagine della Russia, come fratello maggiore. La crisi attuale si riflette dunque ben al di là della sfera regionale. Nonostante le dichiarazioni provenienti da Est e da Ovest è evidente l’esigenza di un dialogo tra le potenze direttamente o indirettamente interessate alla futura posizione politica dell’Ucraina uscita dalla stretta (corrotta e avvilente) influenza russa. Non ci sono altre strade. Se non un cratere aperto nel cuore dell’Europa.
Arsenij Yatsenjuk misura le parole. Il suo spazio di manovra è ridotto. Da un lato la Piazza dall’altro i russi. Da un lato le province occidentali rivolte verso l’Europa, dall’altro le province orientali sensibili ai richiami russi, e in queste ore allo sfoggio di forze militari dispiegate da Putin ai confini. Yatsenjuk è un europeista convinto. E vuole stringere rapporti associativi con l’Unione, ben sapendo che un’adesione non è neppure in discussione. Non lo era neppure quando Viktor Yanukovich interruppe bruscamente le discussioni provocando l’insurrezione. L’Europa significa rendere meno vincolante le relazioni con la Russia. Ma quelle relazioni devono restare amichevoli dice il neo primo ministro al Parlamento. «Non ci affrontate, ha scandito, perché siamo amici e partner».



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