Marino: senza soldi blocco Roma Lite con il premier, oggi il decreto

Ignazio Marino — preoccupato per il buco di oltre 800 milioni ereditato e per la scelta di ritirare il decreto salva Roma, dice che il «rischio è che si blocchi la città». Così si sblocca il provvedimento, ma i rapporti tra Palazzo Chigi e Campidoglio sembrano adesso ai minimi storici

redazione • 28/2/2014 • Copertina, Politica & Istituzioni • 650 Viste

Alessandro Capponi, Corriere della Sera

La minaccia del sindaco. Palazzo Chigi: «Toni sbagliati»

ROMA — Il provvedimento per Roma ci sarà, ma il prezzo — politico — è altissimo: i rapporti tra Palazzo Chigi e Campidoglio, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sembrano adesso ai minimi storici; e così pure il già non semplice legame tra il sindaco Ignazio Marino e il Pd, che pure lo sostiene in Campidoglio ma non l’ha mai amato troppo. Un terremoto, che dal Campidoglio si estende a tutto il Paese.
Accade che, al mattino, Marino — preoccupato per le casse della capitale, per il buco di oltre 800 milioni ereditato e per la scelta di ritirare il decreto salva Roma, rimasto fermo quasi due mesi al Senato — non si limiti a minacciare le dimissioni ma dica senza mezzi termini che il «rischio è che si blocchi la città», praticamente tutto, dagli autobus all’illuminazione, dal trasporto per i bimbi alla manutenzione delle strade e delle scuole fino agli stipendi dei dipendenti e anche oltre, fino «alla canonizzazione dei due Papi. Come posso organizzare un evento planetario?». Il presidente del Lazio, Nicola Zingaretti, conosce bene le difficoltà di governare un ente coi conti in rosso: «Il sindaco fa bene a raccontare quanto sta avvenendo e sono contento che questo grido d’allarme sia stato raccolto». Marino attacca anche la politica: la gente senza autobus e «i politici con le auto blu»; e ancora: «I romani sono arrabbiati, dovrebbero inseguire la politica con i forconi. A Roma per cinquant’anni sono stati dissipati denari». Attacco alla senatrice di Sc Linda Lanzillotta: «Dice che i soldi di Roma sono stati gestiti male, ne ha conoscenza personale perché per nove anni ne è stata responsabile». La replica: «Ha perso la testa». Un terremoto che inevitabilmente tocca i palazzi della città: dalle giunte che l’hanno amministrata fino al Vaticano, in qualche modo chiamato in causa nelle beghe politiche del bilancio della Capitale. Per arrivare, naturalmente, a Palazzo Chigi: a metà mattina viene resa nota la «profonda irritazione» comunicata da Renzi a Marino in una «telefonata energica»; nel pomeriggio, in direzione, Renzi aggiunge: «Domani (oggi, ndr ) approveremo il decreto enti locali ma inviterei ad usare un linguaggio diverso. Le motivazioni di Marino erano comprensibili, il tono no».
I toni del Campidoglio, di colpo, si abbassano. Certo, salvo sorprese Marino nel Cdm di questa mattina (che nominerà anche i sottosegretari) ottiene ciò che chiedeva: e cioè «la restituzione di soldi anticipati con le tasse», la messa in sicurezza dei Bilanci (forse un emendamento a un decreto in conversione per il 2013 e un decreto per il 2014, o, altra ipotesi, un provvedimento per il 2013 e, per il presente, l’avvio di un percorso con il Mef). «Ho parlato con Renzi — sorride il sindaco — e credo che Roma avrà le risorse per il ruolo di capitale». La partita è complessa: nel decreto sugli enti locali il governo dà la facoltà di aumentare la Tasi (dallo 0,1 allo 0,8 per mille), e si vedrà quale strada sarà scelta per Roma. Ciò che è certo è che i parlamentari pd eletti a Roma si riuniscono e, anche loro, parlano di «toni inaccettabili»: il partito, di colpo, appare unito. La Lega chiede le dimissioni del sindaco. La replica: M5S e Lega «non sono degni» di alzarsi durante l’inno d’Italia, «in altri Paesi chi brucia la bandiera viene messo in prigione». In serata Marino si mostra fiducioso: «Decreto “salva onore”, non salva Roma. Ho parlato con Renzi, sono soddisfatto. I tecnici sono a Palazzo Chigi per la revisione del testo da portare al Cdm». L’incontro proseguirà per tutta la notte: le polemiche, sicuramente, andranno anche oltre.

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