C’erano una volta le Coop

C’erano una volta le Coop

Giuliano Poletti dice ai sindacati di non preoccuparsi: il decreto sul lavoro non aumenta la precarietà. Il ministro del Lavoro ci mette la sua faccia gioviale di neopolitico e di guida ultradecennale del sistema cooperativo attraverso Legacoop, la Confindustria rossa: diritti, progressismo, solidi legami con la filiera Pci-Ds-Pd e, ovviamente, con la Cgil. Come si fa a non fidarsi? Qualche motivo, a ben guardare, c’è: aziende nate attorno a mutualismo e solidarietà, oggi in larga parte funzionano come una normale impresa capitalista – guerriglia ai diritti e alle retribuzioni dei lavoratori compresa – pur continuando a conservare i benefici che la legislazione concede loro in quanto faccia “buona” dell’imprenditoria, una faccia continuamente rivendicata nelle stentoree dichiarazioni dei vertici e nelle pubblicità con cui dalla tv si rivolgono agli italiani. Ecco qualche spunto sul tema.
La commissione d’inchiesta
Che gran parte del sistema cooperativo obbedisca ormai alla logica del profitto è opinione diffusa. Lo sostiene con forza l’Unione sindacale di base (Usb), che nella distribuzione è il secondo sindacato interno, e l’unico conflittuale, e in Coop Italia, dalle ultime elezioni, il primo. IltemaèentratopureinParlamento visto che la deputata M5S Gessica Rostellato ha presentato un ddl per chiedere una commissione d’inchiesta sul sistema coop. Il punto è: chi e come controlla che un’impresa sia davvero cooperativa? Oggi siamo più o meno all’autocertificazione. Eppure quello status consente libertà mica piccole: non solo un fisco di favore, ma pure la non applicazione al socio-lavoratore dello “Statuto dei lavoratori” o la possibilità di derogare ai contratti nazionali.
La passione per la finanza
Di come le grandi cooperative usano il risparmio sociale s’è occupato sul Fatto Quotidiano Giorgio Meletti a ottobre: “Le Coop impiegano gli oltre 10 miliardi del prestito dei soci in operazioni finanziarie, dai Bot alla Borsa. Nel 2012 erano immobilizzati in partecipazioni azionarie 2,2 miliardi di euro (…) Le nove Coop hanno partecipazioni azionarie per 2,2 miliardi e un patrimonio netto di 6 miliardi”. Come Mediobanca: “Solo che quella è una banca d’affari, la Coop una catena di supermercati”. E, dunque, non soggetta alla vigilanza di Bankitalia.
Precarie per sempre
L’80 per cento dei lavoratori del commercio coop sono donne: spesso sono precarie, malpagate, costrette a organizzare la loro vita attorno alle esigenze del supermercato, ad andare in bagno a comando. Il tutto, sempre, col sorriso sulle labbra. Per contratto. Non è un’esagerazione: la Coop Estense, tempo fa, ha proposto la valutazione del sorriso delle dipendenti tra i criteri per accedere al salario integrativo. Quanto alla precarizzazione, una storia per tutte. Catia Bottoni, 40enne da Colleferro (Roma), detiene una sorta di record in questa specialità: in 12 anni di Ipercoop ha collezionato la bellezza di 27 contratti diversi, sperimentando in pratica tutte le fantasiose forme di precarietà inventate dal legislatore. Quando la Coop l’ha cacciata, nel 2009, faceva la commessa a 45 chilometri da casa. Da allora, Catia prova a far valere le sue ragioni: l’azienda le ha proposto un contratto part time a Formia, 100 km da casa. Per protesta s’è pure incatenata due volte sotto la sede di Legacoop: l’allora presidente, Giuliano Poletti, non l’ha mai ricevuta.
La Coop? Come Marchionne
La storia di Lucia Di Maio, 50enne da Solofra (Avellino), ricorda quella degli operai di Melfi che Fiat si rifiutava di reintegrare. Nonostante una sentenza della magistratura di aprile 2013, infatti, per mesi Unicoop Tirreno ha fatto finta di niente. Quando poi ha deciso di rispettare la legge, a fine gennaio, le ha ordinato di presentarsi al lavoro nel punto vendita di Orbetello, oltre 400 chilometri da casa sua. I “compagni” della grande distribuzione hanno un concetto personale del rispetto della legge. Il limite di 36 mesi ai contratti a termine prima di dover assumere non lo prendono nemmeno in considerazione. Un solo esempio: a Livorno, dopo un decennio di precariato, Unicoop a inizio 2013 si apprestava a passare“atempoindeterminato ” cinque lavoratrici. Poi, però, ci ha ripensato: licenziate. Di fronte allo sciopero indetto dai colleghi, il capolavoro: dipendenti precettati.
La Coop? Come Valletta
Nei supermercati, anche della Coop, non mancano comportamenti antisindacali (più volte certificati da sentenze) e nemmeno i “reparti confino” come nella lontana Fiat di Vittorio Valletta. I “puniti” vengono inviati o in pescheria o alla cassa, specialmente quella “veloce”, che è sempre presidiata. É successo pure a Francesco Iacovone, dipendente coop dal 1989, oggi responsabile commercio dell’Usb a cui dobbiamo alcune di queste storie: dopo il passaggio dalla Cgil al sindacalismo di base arrivarono il reparto confino, le minacce in bacheca, la macchina danneggiata e persino le botte durante un’assemblea dei soci. Storie così, magari meno drammatiche, non sono rare: sulla scheda di valutazione di un dipendente abbiamo letto che l’interessato non può essere promosso. Motivo? Fa il sindacalista. Non manca nemmeno l’ordinario marchionnismo: dal delegato Rsu trasferito o demansionato fino alla schedatura fotografica degli scioperanti.
La gaffe del calendario
Coop Lombardia anche nel 2014 ha fatto un bel calendario con le facce dei suoi dipendenti: “Non solo cassiere, capi reparto, addetti alle vendite, ma anche mamme, papà, sportivi, appassionati di musica e sognatori”. Ecco, tra di loro c’è pure una madre sola che non viene promossa proprio perché deve allevare una figlia. Da sola.
Il futuro: franchising e subappalti
Unicoop Tirreno ha annunciato per il 2014 lo sviluppo dell’e-commerce a Roma e il progetto franchising di cooperativa. Il primo viene realizzato subappaltando tanto l’informatica quanto la logistica. Tradotto: nella coop, accanto ai dipendenti dell’azienda, ci sono quelli in subappalto, che lavorano per meno soldi e diritti. Lo stesso si può dire per il franchising, l’affitto del marchio: sembrerà la Coop, si leggerà Coop, ma con quella forma di impresa tutelata dall’articolo 45 della Costituzione non avrà nulla a che fare.


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