Epifani guida la rivolta Pd: “La legge non passerà”

Epifani guida la rivolta Pd: “La legge non passerà”

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«Così com’è il decreto lavoro non passa. Poco ma sicuro, perché la minoranza del Pd, nei gruppi parlamentari, è la maggioranza del Pd. E in commissione è ancora più forte». Il tono di Guglielmo Epifani non è quello dell’ultimatum, ma la sostanza sì. L’ex segretario del Pd (e della Cgil) vede nel testo che Matteo Renzi giudica «intoccabile» i rischi di «una deriva spagnola: un mercato del lavoro frantumato, contratti cortissimi e un disastro nella lotta alla disoccupazione ». Dunque, «poco o tanto che sia, andrà modificato».
Ecco il banco di prova per il premier e per la tenuta del Partito democratico. Renzi, come al solito, lo affronta a mo’ di sfida, bypassando le liturgie e parlando ai cittadini. Lo ha fatto anche ieri nel discorso alla direzione. Questa almeno è l’impressione. In realtà, la tattica c’è, eccome, nelle mosse dell’ex sindaco di Firenze. Una tattica giocata tutta dentro al Pd, all’interno degli equilibri diversi che esistono tra il Pd uscito dalle primarie e quello emerso nelle elezioni politiche del 2013. «Adesso voglio proprio vedere come faranno i gruppi ad andare contro una decisione assunta dalla direzione con un voto», dice Renzi ai suoi fedelissimi. Il pacchetto lavoro, ovvero il Jobs act, è stato approvato a larga maggioranza a Largo del Nazareno. «C’è quindi una premessa politica chiara spiega Paolo Gentiloni -. E non ho mai visto i parlamentari che votano contro il loro partito. Non li vedrò neanche stavolta, ne sono certo». Per questo ieri Renzi ha chiesto che si concludesse la riunione con un voto palese. Per questo bersaniani, cuperliani e giovani turchi avrebbero invece preferito evitare la votazione che ora in qualche modo li inchioda a una responsabilità maggiore. «Le modifiche ci saranno – dice ancora Gentiloni – ma la scelta della direziomento: ne colloca tutta la discussione in una luce diversa». Ossia, nessuno potrà chiedere di fermarsi, di stravolgere il testo o di cominciare prima dalla legge delega sul contratto unico. Che era il vero obiettivo della minoranza.
Com’è successo per l’Italicum la faccia feroce di Renzi si rilasserà nei prossimi giorni. Arriveranno le aperture, il premier si confronterà con le critiche e con le proposte di un miglioramento. Però ha creato le condizioni per difendere l’impianto “ideologico” del decreto ed evitare slittamenti sui tempi. Nell’incontro con il capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza, Giuliano Poletti ha già immaginato interventi sui due punti più contestati del suo provvedimento la durata del contratto a tempo determinato prima della stabilizzazione che oggi è di 36 mesi con 8 rinnovi possibili e l’apprendistato. «Si può studiare una formula per ridurre di un anno il periodo di prova», ha detto il ministro del Lavoro a Speranza, lunedì. Ma il capogruppo gli ha chiesto di vedere i deputati, di convincerli, di affrontare la di protesta che si sono levate a Montecitorio. E mercoledì parlerà all’assemblea dei parlamentari. Sapendo, come dice Epifani, che «la minoranza ha tanti voti alla Camera e alla fine contano quelli…».
L’ex segretario del Pd avrebbe preferito un percorso completamente diverso. «Davvero non capisco perché non sia pri-
vilegiato il contratto d’inserimento. Ha un periodo di prova allungato, permette alle imprese di valutare il dipendente e gli offre la flessibilità di cui hanno bisogno. Con i rinnovi continui invece tante categorie saranno senza rete. Penso alle donne, penso ai lavoratori di aziende non sindacalizzate». Ma un ritorno al punto zero è ormai impossibile. Renzi ha dimostrato ieri voler fare una bandiera del decreto lavoro o meglio del pacchetto completo che prevede anche la legge delega sul contratto unico. Proprio per evitare di rimettere tutto in discussione e mandare un messaggio all’Italia di un vero spirito riformatore. Le elezioni europee del resto sono tra meno di due mesi e inevitabilmente si trasformeranno in un referendum sul governo. «Ma così – avverte Epifani – lascia scoperto il versante di sinistra dell’elettorato. Il tema della precarietà è un tema sentito, più dell’antipolitica. Ed è un tema che sale nella società».
Renzi incassa il via libera della direzione ma si prepara a migliorare il testo. Già mercoledì qualche segnale può arrivare dal ministro Poletti. In fondo, l’astensione di bersaniani, giovani turchi e cuperliani (Pippo Civati) significa disponibilità a un dialogo. Così com’è la segreteria aperta alle minoranze è, da parte del premier-segretario, un messaggio di pace. Però su tutto il dibattito del Pd peserà nei prossimi giorni, fino al momento in cui il decreto arriverà in aula (metà aprile) la posizione della Cgil. I suoi voti, soprattutto, in proiezione del 25 maggio. Con Nichi Vendola e la lista Tsipras pronti ad approfittare di un’emorragia a sinistra.


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