Pace e Resistenza “Una Difesa civile senza armamenti”

Niente cerimonie nazionaliste, o tanto meno riti militaristi: «La Resistenza non si lascia imbalsamare», ride Lidia Menapace, staffetta partigiana e oggi novantenne

GIAMPAOLO CADALANU, la Repubblica redazione • 26/4/2014 • Copertina, Storia & Memoria • 692 Viste

VERONA Niente cerimonie nazionaliste, o tanto meno riti militaristi: «La Resistenza non si lascia imbalsamare», ride Lidia Menapace, staffetta partigiana e oggi novantenne lucidissima. «Possono coincidere la lotta contro i nazifascisti e gli ideali non violenti? Guardi, io non ho mai voluto armi, non ho nemmeno imparato ad usarle. Ma portavo addosso il plastico, per far saltare i ponti e fermare le truppe naziste. Perché la violenza è monotona, la non violenza è creativa e sorprendente ».
All’Arena di Verona lo striscione più grande lo dichiara dal primo momento: la Resistenza oggi è questa, si chiama campagna per la pace. E dietro le bandiere arcobaleno e gli slogan contro i cacciabombardieri non c’è più solo il popolo dei movimenti, variopinto e scoordinato. C’è una fetta d’Italia che sta unificando le diverse voglie di partecipazione democratica su progetti concreti: e il primo è il “no” alle spese militari. «Non siamo più negli anni della Guerra fredda. Il nostro paese è impoverito e provato: deve fare scelte responsabili. Scegliere fra investire nel lavoro o in armamenti vuol dire decidere tra vita o non vita. Ma anche noi siamo cambiati.
E’ vero, ci sono i colori degli anni ‘70, ma non ci sono ideologie soffocanti, affrontiamo le sfide con senso concreto. Non portiamo solo testimonianza, ma anche proposte: è un salto culturale enorme», sintetizza Gianni Bottalico, presidente delle Acli.
Che il filo spinato dell’ideologia sia stato tagliato, lo testimoniano anche i messaggi, quello accorato di Gino Strada dal Sudan e quelli affettuosi della Santa Sede, di monsignor Capovilla che riprende la benedizione papale e «l’esortazione a far camminare la speranza ». E quello di Pietro Parolin, cardinale segretario di Stato, che riprende le parole nettissime pronunciate dal pontefice: «Finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità».
Sono quelle armi che difendono la prepotenza di un quinto dell’umanità davanti alle richieste degli altri, ricorda padre Alex Zanotelli, evocando Martin Luther King: «O scegliamo la non violenza, o è la non esistenza». Sono quelle armi che si comprano sempre con procedure opache, aggiunge Maurizio Simoncelli, dell’archivio Disarmo: «Secondo Transparency International, per gli armamenti mediamente si pagano tangenti del 20 per cento». Possono essere armi concrete, come gli F-35, protagonisti in negativo su mille striscioni, esorcizzati dalla campagna pacifista con un volo di diecimila piccoli aerei di carta colorata sull’Arena. O possono essere le armi dell’economia, che privano le persone della dignità di vivere, come ricorda don Luigi Ciotti.
I mille rivoli dell’Italia che non vuole gli strumenti di guerra sono pronti a confluire «in un’inondazione di firme», esulta Francesco Vignarca, coordinatore della campagna “Tagliamo le ali alle armi”: «Vogliamo un disegno di legge di iniziativa popolare per istituire un Dipartimento di Difesa civile». Zanotelli sogna un ministero della Difesa disarmata, con soldati di pace che facciano interposizione per il dialogo fra i popoli in conflitto. Ma il segnale di unità che viene da Verona è già un messaggio politico molto reale: «Le autorità ci hanno chiesto di verificare gli ingressi all’Arena, per motivi di sicurezza. Sono arrivate tredicimila persone, sotto il sole, in un momento in cui l’Italia non vede coinvolgimenti in guerre vicine», aggiunge Vignarca: «Siamo una forza stabile, concreta. Non ci possono più ignorare».

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