Caso Mineo. Perché 13 senatori PD si sono “autosospesi”

C’entra la sostituzione di Vannino Chiti e Corradino Mineo nella commissione Affari costituzionali, dove è in corso l’esame della riforma del Senato

Il Post redazione • 12/6/2014 • Copertina, Politica & Istituzioni • 1046 Viste

Tredici senatori del Partito Democratico si sono “autosospesi” dal gruppo parlamentare, dopo che l’ufficio di presidenza del PD al Senato ha deciso di sostituire Vannino Chiti e Corradino Mineo dalla commissione Affari costituzionali, dove è in corso l’esame del disegno di legge sulle riforme istituzionali. I 13 senatori sono: Felice Casson, Vannino Chiti, Paolo Corsini, Nerina Dirindin, Maria Grazia Gatti, Sergio Lo Giudice, Claudio Micheloni, Corradino Mineo, Massimo Mucchetti, Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci, Renato Turano, Erica D’Adda.
I senatori hanno dichiarato di rimanere in attesa di ”chiarimenti” entro il 17 giugno (martedì prossimo), ovvero entro la prossima riunione del gruppo al Senato. La decisione di autosospendersi è stata comunicata in mattinata dal senatore Paolo Corsini, che ha letto in aula una lettera inviata anche al gruppo in cui si definisce la «rimozione di Chiti e Mineo una epurazione delle idee considerate non ortodosse» e rappresenta una «palese violazione dell’art.67 della Costituzione. Un Parlamento meno libero non aumenta la libertà dei cittadini». L’articolo 67 dice che: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».
Come si è arrivati a oggi?
Dentro il PD si discute da tempo della riforma del Senato, che si basa sull’accordo trovato da Matteo Renzi, Silvio Berlusconi e Angelino Alfano. La riforma è uno dei principali provvedimenti promessi da Renzi, che ha minacciato diverse volte di dimettersi se non sarà approvata. Il testo approvato dalla Commissione – e su cui si continuerà a discutere – prevede di trasformare il Senato in una “Camera delle autonomie” non elettiva, dove siederanno sindaci, amministratori locali e personalità della società civile nominate dal presidente della Repubblica. Il nuovo Senato non voterà la fiducia al governo, i suoi membri non percepiranno indennità e il suo voto sarà necessario soltanto per l’approvazione di alcune leggi: di fatto la riforma supererebbe il cosiddetto “bicameralismo perfetto”.
Oltre al progetto di riforma del governo ne erano stati presentati degli altri, una cinquantina circa: tra questi il più noto è stato quello dal senatore del PD Vannino Chiti, appoggiato da molti esponenti della minoranza “cuperliana” del PD, compreso Corradino Mineo (che invece è definito “civatiano”).
Sia Corradino Mineo che Vannino Chiti si sono sempre dichiarati contrari all’idea di una riforma del Senato che lo renda composto di membri non eletti: ieri il PD ha deciso di rimuovere entrambi dalla commissione, temendo che il loro voto – potenzialmente decisivo – potesse condizionare o compromettere l’approvazione della riforma. Il primo è stato sostituito dal capogruppo PD al Senato, Luigi Zanda; il secondo da Luigi Migliavacca. Nel frattempo Matteo Renzi – che si trova in visita ufficiale a Pechino, in Cina – ha detto: «Non molliamo di un centimetro. Non lasciamo a nessuno il diritto di veto. Conta molto di più il voto degli italiani che il veto di qualche politico che vuole bloccare le riforme. E siccome conta di più il voto degli italiani, vi garantisco che andremo avanti a testa alta». I senatori hanno risposto che se sono i voti degli italiani a contare, contano anche quelli per eleggere i senatori: ma anche questo è un argomento discusso, dato che la legge elettorale fa sì che gli elettori votino i partiti e non i parlamentari.
Oltre a Mineo e Chiti, in Commissione è stato sostituito anche Mario Mauro dei Popolari (il suo posto è stato preso da Lucio Romano). Lo scorso 6 maggio, prima che la Commissione affari costituzionali approvasse il testo del governo come base della discussione, venne anche approvato un ordine del giorno del senatore della Lega Nord Roberto Calderoli che stabiliva che quando le Camere avrebbero discusso la riforma del Senato avrebbero dovuto fare tutta una serie di cose in totale contrasto con il ddl che la stessa commissione aveva votato poco prima. Tutta la questione è ben spiegata qui.
L’odg era stato votato non solo dai rappresentanti della minoranza (Lega Nord, SEL e Movimento 5 Stelle), ma anche da parte degli esponenti di Forza Italia e dal senatore Mauro ed era stato approvato anche grazie all’assenza del senatore del PD Corradino Mineo che aveva poi detto di “non essere stato chiamato a votare”. Mauro ha commentato la sua sostituzione dicendo che si tratta «di una purga staliniana, un’imboscata fascista» che, scrive La Stampa, «lo stesso ex ministro della Difesa fa risalire a Matteo Renzi».
E ora?
Per avere la certezza dell’approvazione del testo del governo sulla riforma del Senato, Renzi ha bisogno che l‘accordo sulle riforme con Berlusconi resti in piedi e che Forza Italia voti insieme a NCD e al PD. Altrimenti, come spiega il Corriere, Renzi sarebbe costretto a trovare un accordo con la minoranza del partito.
Adesso i numeri rendono la situazione complicata per il premier Matteo Renzi. Ecco perché: la maggioranza al Senato è di 161, Renzi ebbe la fiducia con 169 «sì» e quindi adesso – qualora i 13 «ribelli» decidessero di mettersi di traverso – avrebbe la certezza di soli 156 voti, cinque in meno della soglia di maggioranza.

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