IL NOBEL IN NOME DEI BAMBINI

IL NOBEL IN NOME DEI BAMBINI

IL NOBEL per la pace cerca di trovare una bella storia, questa volta c’è riuscito. La storia di Malala era bellissima, e la predestinava: ha 17 anni, una vita di scorta, carica di onori, sotto i quali non soccomberà, perché sa che cosa vuole. Finire i suoi studi a pieni voti, diventare un giorno presidente del Pakistan, come Benazir Bhutto, e intanto continuare nel suo formidabile programma.
“VOGLIO semplicemente che tutte le ragazze vadano a scuola”. Premiato con lei, l’indiano Kailash Satyarthi, 60 anni, è meno noto alle nostre pagine, anche lui ha subito attentati, ma ha alle spalle “molte decine di migliaia di bambini strappati al lavoro e alla schiavitù”, e la nuova fama moltiplicherà i suoi successi. Il comitato norvegese ha curato meticolosamente l’accoppiamento: un indiano indù e una pakistana musulmana, mentre alla frontiera del Kashmir ci si ammazza. La motivazione cita Sathyarthi come erede di Gandhi, e mette riparo al Nobel che Gandhi non ricevette. Il premio è venuto alla vigilia dell’11 ottobre, giornata dedicata alle bambine. Lei, dopo esservi stata curata, vive a Birmingham, e questo ne fa un’antagonista esemplare del decapitatore inglese dell’Is. Il diritto delle bambine ad andare a scuola è anche la posta primaria dell’Afghanistan che le missioni internazionali stanno lasciando. Ieri si leggevano le cifre sulla condizione delle bambine e dei minori nel mondo. Sul “Venerdì” un tempestivo servizio di Antonella Barina raccontava le bambine indiane del Tamil Nadu, vendute a sei euro e mezzo per andare a impollinare con dita piccole e docili il cotone transgenico della Monsanto, più resistente e redditizio purché impollinato a mano. Lavoro di minori e abusi sessuali vanno assieme. 68 milioni di bambine e ragazze senza scuola e senza giochi fra i 5 e i 17 anni. 170 milioni di minori costretti a lavorare. Almeno 100 milioni di bambine non nate per gli aborti selettivi.
Ieri Repubblica ospitava il resoconto di Nicholas Kristof su un dibattito a proposito dell’islam, sostenendo giustamente che l’islam non può essere accusato in blocco di intolleranza e violenza, e che delle efferatezze jihadiste le vittime più numerose sono musulmane. E ricordava un passato prossimo in cui l’occidente si macchiò di violenza terribile. Che integralismo e violenza prevalgano oggi in una parte di mondo fa una differenza pratica sostanziale. Ma il punto non è in una turnazione storica: l’aggressività di una parte del pianeta che fa appello all’islam (non solo) è oggi espressione di una novità epocale, la liberazione delle donne. Per la prima volta un mondo patriarcale reagisce al rischio di vedersi portar via la proprietà delle bambine e delle donne, il più intimo ed esclusivo patrimonio. È qui il cuore della guerra mondiale a pezzi. Malala è andata a dire in Nigeria lo slogan (vano, finora): “Bring back our girls”, ridateci le nostre ragazze. Se è vero che Boko Haram vuol dire testualmente “l’istruzione occidentale è il peccato”, nessuna denominazione potrebbe essere altrettanto eloquente. L’occidente è (“in ultima istanza”, si sarebbe detto un tempo) lo spettacolo delle bambine che vanno a scuola e delle ragazze che decidono come vestirsi: le due cose insieme, perché a scuola vanno anche a Teheran. E delle madri che educano i loro figli senza temerli (o augurarli) già come i propri padroni. È la posta dell’avanzata del sedicente califfato in Siria e Iraq: il petrolio fa gola, l’acqua ancora di più, ma bambini arruolati e bambine e donne tenute alla catena sono il fondamento della società cui quei guardiani delle virtù tengono alla morte.
Malala esasperò i talebani della valle dello Swat quando, tredicenne, grazie a un padre maestro di scuola convinto che le bambine dovessero istruirsi, tenne un diario in cui descriveva l’ottusa brutalità di uomini che volevano proibire loro di andare a scuola e di mostrare i capelli. Il loro portavoce, dopo il tentato assassinio, dichiarò: “È una ragazza dalla mentalità occidentale: chiunque ci critichi subirà la stessa sorte”. Ieri il presidente pakistano ha detto che Malala è “l’orgoglio del paese”: sincere o no, parole memorabili. Nel famoso discorso alle Nazioni Unite, Malala aveva detto: “Voglio l’educazione per i figli dei talebani e di tutti i terroristi”.
Dal Nobel per la pace bisogna augurarsi almeno che non vada fuori bersaglio (candidato, per il suo ruolo in Siria — sic!—: Vladimir Putin). Se poi racconta una doppia bella storia, fa onore a quel bravo inventore della dinamite.



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