Thyssen, niente accordo sul piano dell’azienda in vista 550 licenziamenti

Thyssen, niente accordo sul piano dell’azienda in vista 550 licenziamenti

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ROMA . Niente accordo sull’Ast: per gli acciai speciali di Terni si riapre la procedura di mobilità e il conseguente taglio di 550 posti di lavoro si avvicina. La mediazione del governo non ha prodotto effetti: ora azienda e sindacato hanno 75 giorni di tempo per trovare un’intesa sul piano industriale che Thyssen Krupp – proprietaria del polo siderurgico – intende applicare allo stabilimento umbro. Se così non sarà, prima di Natale le lettere di messa in mobilità arriveranno a destinazione.
Per la siderurgia italiana il colpo sarebbe durissimo: il premier Renzi si dice «molto preoccupato ». Di più: «Sono terrorizzato da Terni, dove, nonostante abbiamo fatto di tutto, la negoziazione non è stata accettata ha detto – lavoreremo nei prossimi tre mesi prima che accada l’irreparabile». I vescovi dell’Umbria, allarmati dalle «conseguenze umane e sociali dolorosissime » che nuovi licenziamenti comporterebbero, hanno firmato un accorato appello per la ripresa della trattativa. L’intera città ieri si è mossa a fianco dei 2.600 dipendenti che hanno proclamato 24 ore di sciopero bloccando la ferrovia: in ballo non c’è solo lo stabilimento, ma tutto l’indotto, visto che Ast ha già convocato le ditte appaltatrici per chiedere loro un taglio del 20% sui costi delle commesse.
La tensione si taglia con il coltello, anche perché il tentativo di mediazione messo in atto dal governo, con il sottosegretario alla Presidenza Graziano Delrio e il ministro Federica Guidi, non ha convinto i sindacati. «Si sono limitati a guardare», ha detto Susanna Camusso della Cgil; e anche per Annamaria Furlan, neo-leader della Cisl, la proposta presentata in nottata «non è stata adeguata e soddisfacente ». Critiche che il governo respinge: «Azienda e sindacati sono stati troppo rigidi», ha risposto la Guidi. Nei fatti la mediazione, ripartendo dal punto sul quale le due parti si erano arenate, è saltata. Sul piatto prevedeva 110 milioni di investimento dell’azienda nei prossimi 4 anni, lo spostamento a Terni della linea di laminazione di Torino, un drastico tagli al salario aziendale per chi resta (valutato dai sindacati come la perdita secca di due buste paga l’anno) e 290 esuberi. Un tetto da raggiungere incentivando le uscite volontarie ma – nel caso in cui non si arrivasse alla quota prefissata – con la possibilità di licenziare senza ulteriore trattativa. «Condizione che i lavoratori all’unanimità hanno considerato inaccettabile», ha commentato Maurizio Landini che aveva annunciato la possibilità di una occupazione delle fabbriche («Landini vuole occupare le fabbriche, noi vogliamo aprirle », ha risposto il premier). Per il leader della Fiom «il governo deve fare politica industriale e non permettere che per venire in Italia le multinazionali taglino salari, diritti e occupazione. Punti ai contratti di solidarietà come ha fatto per Electrolux».
Ora ci sono due mesi e mezzo di tempo. «Non abbiamo abbandonato la trattativa, continueremo a insistere», ha promesso Delrio. «Il contenimento dei costi non può gravare solo sui lavoratori, la mediazione doveva ripartire dalle misure di risanamento e rilancio delle acciaierie, non farlo è stato un grave errore», secondo Salvatore Barone, responsabile Settori produttivi della Cgil. Ma ora, scrive in una nota il sindacato «serve una soluzione».



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