Atene tra rivincite e paure “Il Pil risale ma a noi greci l’austerità ha portato via un terzo dei redditi”

Atene tra rivincite e paure “Il Pil risale ma a noi greci l’austerità ha portato via un terzo dei redditi”

 ATENE . Il paziente numero zero della euro-crisi è guarito. A sei anni dal crac, «la Grecia è tornata!», festeggia il premier Antonis Samaras: il Pil, dopo tanti segni meno, è balzato dell’1,7% nel terzo trimestre. La cura da cavallo imposta da Ue, Bce e Fmi ha distrutto un quarto della ricchezza nazionale e spinto la disoccupazione al 25,9%. Il vento però è girato e tra luglio e agosto l’economia è cresciuta il quadruplo di quella tedesca. Il bello, statistiche alla mano, deve ancora venire. Eurostat prevede un progresso del 3,7% nel 2016 e il troika-fan club stappa lo champagne. La formula magica dell’austerity (240 miliardi di prestiti in cambio di riforme lacrime e sangue) — sostiene — ha funzionato: il bilancio è in attivo a ottobre di 2,4 miliardi e in un anno l’economia ha creato 120mila posti di lavoro.
Resta — dicono le Cassandre di casa da queste parti — solo un ultimo piccolo problema: «Salvata la Grecia — scherza Nikitas Kanakis, presidente di Doctors of the World, la maggior ong sanitaria del paese — dobbiamo ora salvare i greci». Dalle scorie tossiche lasciate in scia dalla crisi — il reddito delle famiglie è crollato del 30% e il 40% dei bambini per l’Unicef vive sotto la soglia di povertà — e dal rischio di un harakiri “politico” a un passo dal traguardo: a febbraio Atene deve nominare il presidente della Repubblica. E se, come pare certo, il governo non troverà i voti per eleggerlo, il Paese tornerà alle urne per un voto destinato a tenere l’Europa e l’euro con il fiato sospeso, visto che la sinistraradicale anti-troika di Syriza è in testa in tutti i sondaggi.
«La ripresa del pil? Una rondine non fa primavera — assicura Kanakis — Statistica e società sono due cose diverse. L’economia cresce, ma per migliaia di famiglie il dilemma oggi è uno solo: decidere se spendere i pochi soldi che hanno in cibo o medicine». Un po’ di lavoro in più, ammette, c’è. «Si tratta però di impieghi in nero da 300 euro al mese. Nel 2013 abbiamo curato gratis nelle nostre cliniche 80mila persone, quest’anno saranno 100mila. Per me i numeri che contano sono questi». «Le vere conseguenze della crisi le vediamo ora — conferma Xenia Papastravou, una laurea alla London School of economics e oggi responsabile di Boroume, ong che distribuisce 3mila pasti al giorno — . In molti hanno tirato avanti bruciando i risparmi. Ora hanno finito anche quelli». Negli 800 asili, chiese e ospedali aiutati da Boroumè la fila è sempre più lunga: «Due anni fa davamo da mangiare a 80 persone al giorno — racconta Heleni, addetta alla mensa del quartiere di Zoografo — . Ora sono 480. Per me saremo fuori dalla crisi quando qui non verrà più nessuno».
Ue, Bce e Fmi — dopo aver imposto alla Grecia un aggiustamento pari a un terzo del pil, come se l’Italia varasse finanziarie per 500 miliardi — sono convinti che quel momento sia qui e ora. «Atene ha fatto grandi sforzi» ammette il Fondo monetario. Peccato che la crisi rischi di trovare il veleno proprio nella coda, scivolando sulla buccia di banana del nuovo presidente della Repubblica: per eleggere la massima carica dello stato in Parlamento servono 180 voti su 300. Il governo Nea Demokratia- Pasok (i due partiti che hanno portato il paese nel baratro) ne ha 153. E ben difficilmente riuscirà a trovare un nome in grado di ottenere il quorum. La Costituzione ellenica è chiara: in quel caso si va alle urne. E i sondaggi danno in netto vantaggio (con il 29-35%) Syriza e Alexis Tsipras. Il leader che ha promesso di stracciare il memorandum con la troika il giorno dopo la vittoria alle urne.
La politica nazionale, non a caso, vive da mesi in clima pre-elettorale. La gente è stufa dei sacrifici («nel 2015 avremo il surplus della Norvegia, la crescita da tigre asiatica e il costo del lavoro di un paese emergente. Cosa vogliono ancora da noi?» è il mantra collettivo). Ue, Fmi e Bce fanno orecchie da mercante. Anzi, hanno appena chiesto al Governo altre 19 riforme — tra cui 2,6 miliardi di tagli al budget — per sbloccare gli ultimi aiuti. Samaras ha provato a giocare in contropiede, ventilando l’uscita anticipata dal programma di aiuti internazionali per togliere acqua a Syriza sul fronte anti-austerity. Uno scivolone: i mercati, da un po’ di tempo spettatori silenziosi della tragedia greca, hanno fatto sentire all’improvviso la loro voce: i tassi sui decennali sono schizzati in pochi minuti dal 6 al 9% e il premier è stato costretto a una brusca retromarcia.
Tsipras ha preso nota. In pubblico promette la restituzione della 13esima ai pensionati, l’aumento del salario minimo, la rinegoziazione del debito e l’elettricità gratis alle famiglie in difficoltà. In privato, assicurano diverse fonti, ha iniziato a sfumare i toni. Arrivando a incontrare finanzieri e industriali per rassicurarli su una transizione “soft”. Non sarà una strada in discesa. In caso di vittoria, difficilmente Tsipras potrà governare da solo. L’obbligo di accordi con altri partiti (Potami, nuova formazione di sinistra accreditata del 5-10%, il più probabile) gli darà il destro per annacquare le promesse elettorali sperando di non irritare la base più massimalista di Syriza. Il pil è tornato a crescere. Ma forse è troppo presto per dire che il paziente zero dell’euro-crisi è davvero fuori pericolo.


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