Il detenuto che chiede e ottiene l’eutanasia «In cella soffro troppo». In 15 lo seguono

in Belgio, dal 2002, il codice consente sì la stessa eutanasia ora in continuo aumento (oltre 1800 casi nel 2013) ma solo a pazienti terminali

Luigi Offeddu, Corriere della Sera redazione • 4/1/2015 • Carcere & Giustizia, Copertina, Internazionale • 629 Viste

BRUXELLES Ogni notte, i detenuti dalle celle vicine gli gridano o sussurrano nel buio: «Frank, ammazzati! Ammazzati!». Certi, ha rivelato qualche guardiano, prendono un doppio caffè pur di dare il turno agli altri e non lasciare che per quell’uomo trascorra un solo minuto di pace. Così accade da sempre in molte prigioni del mondo, a chi ha compiuto certi atti. Ma lui, Frank Van Den Bleeken, 52 anni e da 30 in galera, detenuto belga condannato per omicidio e stupri seriali, assassino e torturatore di una diciannovenne la cui madre morì più tardi di crepacuore, lui non si è mai ammazzato e la morte l’ha chiesta allo Stato: anzi, la «dolce morte», l’eutanasia, per sfuggire alle «insopportabili sofferenze psicologiche» che afferma di provare.
Un anno fa, Frank si è accordato con i giudici. E così, venerdì prossimo, sarà trasferito in un ospedale segreto dove potrà stare in pace con i suoi familiari per due giorni. Poi, domenica 11 gennaio, arriverà anche un sacerdote. E infine un medico statale, con un’iniezione pagata dallo Stato, cancellerà la condanna all’ergastolo che quello stesso Stato ha comminato un giorno a quest’uomo. «È una grazia, un premio, una liberazione che risparmierà la pena intera a chi l’ha meritata — dicono indignati alle tv i familiari delle vittime —. Lui chiede una morte con dignità, quella che non ha concesso ad altri. Ma non esiste anche la libertà di suicidarsi? E poi, lui stesso dice che ha sempre quelle fantasie atroci, che se tornasse libero rifarebbe tutto…». Le sorelle di Christiane Remacle, la diciannovenne seviziata e strangolata con le sue calze nel 1989, nei boschi vicini ad Anversa, si sono opposte fino all’ultimo alla «grazia»: «Lui deve marcire in galera e basta. Per sempre». Non è così, rispondono altri — giuristi, politici e sacerdoti — questo sarà un atto di giustizia e di pietà civile, gli psichiatri hanno certificato i disturbi di Frank e in fondo l’ergastolo non è che una morte legalizzata, una scelta che non ricompensa le vittime e non migliora o recupera i colpevoli.
Ma il vero problema, da domenica in poi, andrà ben oltre la sorte individuale di Frank e già fa tremare i polsi a molti. Sarà un enigma giuridico, etico, sociale, politico, religioso, con 5 risvolti diversi e ugualmente angoscianti.
Primo: altri 15 detenuti in varie prigioni hanno già chiesto la «dolce morte» come Frank, adducendo malattie fisiche o gravi depressioni e nessuno sa che risposta darà loro lo Stato. Secondo: in Belgio, dal 2002, il codice consente sì la stessa eutanasia ora in continuo aumento (oltre 1800 casi nel 2013) ma solo a pazienti terminali, ciò che Frank non è, oppure a persone in preda a «insopportabili sofferenze fisiche o psicologiche» (dal febbraio 2014, primo caso nel mondo, la norma vale anche su bambini e ragazzi senza limiti d’età, purché vi sia il consenso dei genitori).
Terzo: lo stesso codice, invece, non prevede la pena di morte per nessun reato. Quarto: la Costituzione belga sancisce che «tous les belges sont ègaux devant la loi», tutti i belgi sono uguali davanti alla legge, proprio come garantito ai cittadini di tutti i Paesi d’Europa. In questo caso l’obiezione sarebbe: perché solo questa condanna, seppure definitiva, può essere modificata?
Quinto e ultimo punto, il Belgio è anche il Paese dove vive un altro ergastolano, Marc Dutroux, il pedofilo e assassino seriale che faceva morire le sue giovanissime prede anche di fame e che potrebbe tornare in libertà condizionata fra un anno o poco più. Alcuni genitori delle vittime attendono da anni quest’uomo alla porta del carcere, certo non per abbracciarlo e oggi promettono a Dutroux che una «dolce morte» non l’avrà mai, se anche dovesse chiederla e se anche lo Stato dovesse concedergliela come ha fatto con Frank.
Quanto a lui, il «graziato», si è appena confidato con una televisione: «Sono un pericolo per la società, lo so. Ma sono anche un essere umano, e qualunque cosa abbia fatto resto un essere umano. Perciò sì, concedetemi l’eutanasia».
Luigi Offeddu

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