Green Hill, tre condanne e cani in salvo

Green Hill, tre condanne e cani in salvo

BRESCIA Massacrati perché l’azienda non aveva interesse a curare gli esemplari malati: non sarebbero stati vendibili. Uccisi, anzi, «sacrificati» in nome della logica del profitto. A Green Hill, allevamento di beagle destinati ai tavoli di laboratorio di tutta Europa sulle colline di Montichiari, dal 1 gennaio 2008 al 18 luglio 2012 — quando la struttura è stata messa sotto sequestro — di cani ne sarebbero morti oltre 6mila. Gli altri, decine di migliaia, sarebbero stati sottoposti a inutili sofferenze. Privati di spazi adeguati, contatto con l’uomo, terapie. A sancirlo — accogliendo la tesi del sostituto procuratore Ambrogio Cassiani — è stato ieri il giudice del tribunale di Brescia, Roberto Gurini, che ha condannato tre dei quattro dirigenti ai vertici della Green Hill, a processo per maltrattamento di animali e «animalicidio».
La sentenza condanna a 1 anno e 6 mesi la legale rappresentante della Green Hill, Ghislane Rondot e il veterinario dell’allevamento Roberto Graziosi. Un anno, invece, al direttore Roberto Bravi (che in serata annuncia il ricorso in appello e rivendica la «correttezza» della società e dei dipendenti). Assolto Bernard Gotti, consulente della Marshall Bioresources di Lione.
Non era mai successo che i responsabili di un allevamento simile fossero condannati per maltrattamento e uccisione di animali: non è un caso se quella bresciana è stata definita, dal procuratore capo Tommaso Buonanno come dai tanti attivisti arrivati al Palagiustizia, «una sentenza storica». Non solo. Il giudice della seconda sezione penale ha disposto la confisca degli animali finiti sotto sequestro — 2.639 i beagle dati in affido, fattrici gravide comprese — e sospeso l’attività di allevamento per 2 anni nei confronti degli imputati. Che con Green Hill 2011 srl, responsabile civile in solido, dovranno provvedere al risarcimento del danno in favore di Leal, Lav, Enpa e Lega nazionale per la Difesa del cane (alle ultime due associazioni spetta una provvisionale rispettivamente di 30mila e 10mila euro). Loro, i beagle, ora «confiscati», resteranno con chi se ne prende cura e ha versato 100 euro per ogni cane: i 300mila depositati su un fondo in Banca Etica su iniziativa della procura andranno quindi allo S tato.
Manifestazioni, appelli, esposti. Oltre che con le battaglie animaliste, la partita di Green Hill è stata giocata, in aula, in punta di diritto. Attorno al decreto 116 del 1992 che per il pm è una «norma cogente» e prevede sia assicurato il benessere degli animali anche in allevamenti come Green Hill, mentre per la difesa sancirebbe solo «orientamenti».
«Quella di Brescia è una sentenza che mette la parola fine al passato, un traguardo importantissimo. Ma è la legge, ora, a regolare i conti con il futuro». L’ha proposta lei, «scritta e difesa per tre governi», Michela Vittoria Brambilla, deputato di Forza Italia e presidente della Lega italiana per la difesa degli animali: niente più «fabbriche di morte». C’è sempre stata, nel braccio di ferro di Green Hill. Alle fiaccolate «con i piedi ghiacciati» o quando nel blitz animalista del 28 aprile 2012 furono «liberati» una settantina di beagle e ammanettati una dozzina di animalisti. C’era al carcere di Verziano dove alcuni di loro erano stati trasferiti. «E ricordo tutto», assicura. «Questo verdetto rende giustizia a migliaia di bestioline torturate o uccise. Per chi come me questa vicenda l’ha vissuta è davvero una grande soddisfazione. E Green Hill si conferma quel lager che avevamo denunciato».
Ma attenzione, avverte Brambilla: «Le pene sono troppo lievi. Dobbiamo vigilare. Se la bozza del decreto che depenalizzava il maltrattamento che Renzi ha promesso di modificare fosse stata legge, questo processo sarebbe finito con assoluzione o archiviazione».
Mara Rodella



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