Finmeccanica

Fin­mec­ca­nica, due «gioielli» ceduti a caro prezzo

Analisi. L’ultimo episodio di una lunga e penosa serie di cessioni, di cui non si vede ancora la fine

Vincenzo Comito, il manifesto redazione • 25/2/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 638 Viste

Per una curiosa coin­ci­denza ieri i gior­nali ci hanno con­tem­po­ra­nea­mente infor­mato della pro­ba­bile ces­sione da parte della Fin­mec­ca­nica di un pezzo del suo impero, in spe­ci­fico della Ansaldo Breda e della Ansaldo Sts, ai giap­po­nesi della Hita­chi e insieme dei passi avanti che stanno facendo le inda­gini sulle accuse secondo le quali i ver­tici dello stesso gruppo avreb­bero in pas­sato cor­rotto Giu­lio Tre­monti per far­gli appro­vare delle deci­sioni cui l’ex-ministro era contrario.

Non è la prima volta che i diri­genti dell’azienda incor­rono in accuse di que­sto genere e anche di altro tipo – si pensi solo alle vicende recenti dell’ex pre­si­dente del gruppo romano, Pier Fran­ce­sco Guar­gua­glini — né che l’azienda vende un pezzo del suo impero; le due noti­zie non ci col­gono quindi di sor­presa. Né ci mera­vi­glia il fatto che un’ennesima fetta dell’industria ita­liana e delle sue tec­no­lo­gie migliori pas­sino il con­fine, senza che si mani­fe­sti un qual­che inte­resse di inter­vento alter­na­tivo da parte di una com­pa­gine finan­zia­ria nazio­nale. Si tratta, ahimè pro­ba­bil­mente solo per il momento, dell’ultimo epi­so­dio di una lunga e penosa serie di ces­sioni, di cui non si vede ancora cer­ta­mente la fine. I futuri nuovi can­di­dati aspet­tano in fila pazienti alla porta.

Per altro verso, il ten­ta­tivo di cor­ru­zione con­tro l’ex mini­stro dell’economia sarebbe stato por­tato avanti per con­vin­cerlo a dare il via libera all’acquisto da parte del gruppo della Drs, impresa sta­tu­ni­tense di una certa dimen­sione ope­rante nel set­tore degli arma­menti. L’azienda ame­ri­cana fu a suo tempo pagata 5,5 miliardi di dol­lari, cifra rive­la­tasi poi molto al di sopra del suo valore reale, men­tre le rica­dute indu­striali e com­mer­ciali dell’affare si sono mostrate infe­riori alle attese; accadde per­sino che ai diri­genti ita­liani fu pre­cluso l’ingresso in alcuni degli sta­bi­li­menti e degli uffici della società acqui­sita, dato che essa por­tava avanti dei pro­getti segreti. Il nuovo gruppo diri­gente della Fin­mec­ca­nica per ora sta medi­tando di riven­dere alcuni pezzi del man­cato gio­iello e non esclude di cedere tutto in un pros­simo futuro.

L’attuale ansia di liqui­dare alcune delle atti­vità del gruppo ita­liano sono ora pro­prio col­le­gate, anche se non esclu­si­va­mente, alle dif­fi­coltà finan­zia­rie seguite al grosso esborso sopra citato.

La ces­sione della Ansaldo Breda e della Ansaldo Sts fa seguito in effetti a quella recente, que­sto volta ai cinesi, dell’Ansaldo Ener­gia, altro pezzo sto­rico del sistema indu­striale ita­liano.
Avendo preso la deci­sione di ven­dere, non c’è dub­bio che i part­ner scelti offrono appa­ren­te­mente delle buone garan­zie per lo svi­luppo di una parte almeno delle atti­vità in que­stione (qual­che dub­bio lo si può forse avere sulla Breda, che i giap­po­nesi hanno acqui­sito a malin­cuore, dal momento che a tale acqui­sto era legata obbli­ga­to­ria­mente la ces­sione della Andaldo Sts, una mul­ti­na­zio­nale tasca­bile molto ben col­lo­cata nel suo busi­ness di rife­ri­mento, il segna­la­mento ferroviario).

Ma non era affatto scritto negli astri che biso­gnasse cedere tali atti­vità. Il punto è che da molti anni il gruppo diri­gente della mul­ti­na­zio­nale romana, che pro­viene tra­di­zio­nal­mente per la gran parte dal set­tore mili­tare, ha pun­tato tutte le sue carte sullo svi­luppo di tale com­parto e di quello dell’aerospaziale, tra­scu­rando invece gli inve­sti­menti nei set­tori dei tra­sporti e dell’energia, con i risul­tati nega­tivi che non pote­vano non seguire.
Peral­tro, la stra­te­gia avven­tu­rosa dei gruppi diri­genti romani, dap­prima appa­ren­te­mente coro­nata da suc­cesso, si era poi infranta in due sco­gli che la ave­vano quasi affon­data. Da una parte era arri­vata la crisi eco­no­mica, che aveva por­tato alla ridu­zione, per­lo­meno in occi­dente, del mer­cato mili­tare, che ha invece con­ti­nuato a espan­dersi nei paesi emer­genti, area dove però i nostri amici non ave­vano molta espe­rienza; dall’altra le gravi accuse di cor­ru­zione per il suo gruppo diri­gente, scop­piate qual­che anno fa e sfo­ciate in pro­ce­di­menti giu­di­ziari poco simpatici.

I risul­tati non si sono così fatti atten­dere: Fin­mec­ca­nica, come afferma il nuovo mana­ge­ment, è oggi un grande malato, con la ridu­zione del fat­tu­rato e degli ordini, delle per­dite di eser­ci­zio rile­vanti a par­tire dal 2011(l’utile dovrebbe tor­nare dal 2015), un patri­mo­nio netto dimez­zato nello stesso periodo, un forte aumento dell’indebitamento.
Il nuovo ammi­ni­stra­tore dele­gato, Mauro Moretti, denun­cia poi un por­ta­fo­glio di busi­ness male assor­tito, non­ché rile­vanti pro­blemi orga­niz­za­tivi. Ma egli assi­cura che le cose stanno rapi­da­mente miglio­rando e qual­che cifra sem­bra in qual­che modo dar­gli ragione. Spe­riamo bene.

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