Il fantasma della ripresa che non c’è

Il fantasma della ripresa che non c’è

La stima pre­li­mi­nare sul Pro­dotto Interno Lordo (Pil) nel secondo tri­me­stre del 2015 dif­fusa ieri dall’Istat con­ferma: la cre­scita in Ita­lia è lenta e non pro­duce nuova occu­pa­zione sta­bile. Il pro­dotto interno lordo ita­liano è aumen­tato dello 0,2% rispetto al tri­me­stre pre­ce­dente (cre­sciuto dello 0,3%) e dello 0,5% nel con­fronto con il secondo tri­me­stre del 2014. A giu­gno la disoc­cu­pa­zione è tor­nata al 12,7% (+0,2 punti su mag­gio), men­tre quella gio­va­nile (15–24 anni) ha regi­strato un nuovo record: +44,2%.
A Fer­ra­go­sto, ecco il ritratto della trap­pola della «cre­scita senza occu­pa­zione» [job­sless reco­very] in cui si dibatte il governo Renzi più di tutti gli altri paesi dell’Eurozona e dell’occidente capi­ta­li­stico. Nello stesso periodo, ha rile­vato l’Istat, il Pil è aumen­tato in ter­mini con­giun­tu­rali dello 0,6% negli Stati Uniti e dello 0,7% nel Regno Unito. In ter­mini ten­den­ziali, si è regi­strato un aumento del 2,3% negli Stati Uniti e del 2,6% nel Regno Unito. Vediamo l’Europa. Secondo l’Eurostat peg­gio dell’Italia sta solo la Fran­cia dove la cre­scita è piatta. La Spa­gna cre­sce dell’1%, la Ger­ma­nia dello 0,4%, men­tre la Gre­cia regi­stra un sor­pren­dente +0,8%, nono­stante le tem­pe­rie in cui si trova il governo Tsi­pras.
Più nel det­ta­glio la varia­zione con­giun­tu­rale al ribasso regi­strata dall’Istat nel Pil ita­liano è dovuta ad un calo dell’agricoltura, men­tre il set­tore dei ser­vizi ha regi­strato un aumento. Piatto è invece l’andamento dell’industria. Que­sta leg­gera fles­sione del Pil (0,2% con­tro lo 0,3% spe­rato) era stata già annun­ciata a luglio, quando l’Istat aveva intra­vi­sto un ral­len­ta­mento nei set­tori pro­dut­tivi. In quel caso era stata regi­strata una dif­fe­renza tra il clima della «fidu­cia» tra le imprese — bene­fi­cia­rie degli aiuti di Stato a suon di sgravi garan­titi da Renzi nel suo «Jobs Act» e la man­canza di segnali di vita signi­fi­ca­tivi sul lato dell’«offerta di lavoro». Tra­dotto: le imprese non fanno inve­sti­menti, e poi non assu­mono nuovi lavo­ra­tori. Tutt’al più si limi­tano a tra­sfor­mare i vec­chi con­tratti pre­cari nella forma pecu­liare del «pre­ca­riato sta­bile» del con­tratto a «tutele cre­scenti» che durerà fin­ché dure­ranno gli sgravi. Il livello com­ples­sivo degli occu­pati «è rima­sto sostan­zial­mente inva­riato» e «non si è ancora veri­fi­cata una ripresa sta­bile dell’occupazione» scri­veva l’Istat a luglio.
La situa­zione gene­rale non è comun­que con­for­tante per il Vec­chio Con­ti­nente. Nel primo tri­me­stre il Pil nell’Unione Euro­pea a 19 paesi era salito dello 0,4%, così come nell’ultimo tri­me­stre del 2014 (segnando un rialzo dell’1,2% rispetto allo stesso tri­me­stre 2014). Per le aspet­ta­tive della Banca Cen­trale Euro­pea (Bce) sono dati delu­denti che met­tono a rischio l’efficacia della reli­gione del momento: il «quan­ti­ta­tive easing» (Qe), l’«allentamento quan­ti­ta­tivo» con il quale Mario Dra­ghi ha inon­dato l’Europa di liqui­dità a go go (60 miliardi al mese fino al set­tem­bre 2016), gon­fiando a dismi­sura la cosid­detta «bolla dei titoli di stato». Secondo i ver­bali del con­si­glio diret­tivo Bce di luglio, anche le aspet­ta­tive sull’inflazione sono delu­denti.
Per l’Europa a 19 il 2015 si potrebbe chiu­dere sullo 0,3% men­tre il Qe mira a ripor­tare l’inflazione poco sotto il 2%, come da sta­tuto. La bomba fatta esplo­dere mer­co­ledì scorso dalla Banca del popolo Cinese (Bcp), che ha sva­lu­tato lo Yuan nel ten­ta­tivo di rimet­tere il turbo alle espor­ta­zioni cinesi, sem­bra impen­sie­rire il diret­to­rio di Fran­co­forte. Per la Bce, infatti, que­sta azione potrebbe espor­tare in Europa la defla­zione con­tro la quale è stato con­ce­pita il Qe.
La «tem­pe­sta per­fetta» potrebbe crearsi con il defi­ni­tivo ral­len­ta­mento del Pil tede­sco — la cosid­detta, e ormai ex, «loco­mo­tiva euro­pea. Ber­lino rischia di avere un impatto nega­tivo su un Pil che al momento con­ti­nua ad avere buone per­for­mance. In linea ten­den­ziale, sostiene Euro­stat, cre­scerà quest’anno dell’1,5% con­tro una stima dell’1,6%. La sva­lu­ta­zione dello Yuan, com­bi­nata alla crisi del Pil cinese (molti par­lano di una cre­scita «solo» al 4% invece del 7% annun­ciato), potrebbe chiu­dere lo sbocco a Oriente che ha nutrito il «boom» tede­sco degli ultimi anni.



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