Se l’estremismo di destra va al governo

Quasi tutti i discorsi della destra radicale nell’Ungheria contemporanea fanno riferimento a Jobbik

Cas Mudde *, la Repubblica redazione • 20/9/2015 • Copertina, Europa, Internazionale • 627 Viste

ERA dall’inizio degli Anni ’90 che la questione dei rifugiati non dominava così intensamente l’Europa. L’Ungheria ha un ruolo chiave nel vortice mediatico che ne scaturisce, e non di certo positivo. I partiti della destra radicale sono noti per politiche che, nel dibattito politico, vengono indicate come “politiche della destra radicali”: la riduzione dell’immigrazione, una preferenza per l’assimilazione più che per il multiculturalismo, l’opposizione a un’ulteriore integrazione europea, un corpus legislativo rigoroso e così via. Tutte queste politiche sono in linea con l’ideologia della destra radicale, ma molte di esse sono perseguite anche da partiti non della destra radicale, sia per ragioni ideologiche (anche i conservatori sono autoritari e quindi favorevoli a leggi di ordine pubblico), sia per ragioni di opportunismo (conquistare o mantenere il favore di una certa parte dell’elettorato). È la sempre più frequente proclamazione di “politiche della destra radicale” da parte di partiti non di destra radicale a rendere sempre più importante la distinzione tra partiti della destra radicale e “politiche della destra radicale”. Illustrerò questo punto avvalendomi del caso dell’odierna Ungheria.
Quasi tutti i discorsi della destra radicale nell’Ungheria contemporanea fanno riferimento a Jobbik. Fidesz nacque come partito della gioventù liberale nel 1988, ma svoltò verso il conservatorismo negli Anni ’90. Tuttora ci si riferisce a questo partito come “conservatore” o “di centrodestra”. Eppure, negli ultimi anni, Orbán ha fatto dichiarazioni clamorose, talora seguite da azioni discutibili, che vanno ben oltre il conservatorismo europeo contemporaneo. L’estate scorsa ha dichiarato di voler reintrodurre la pena di morte, costruire campi di concentramento per gli immigrati clandestini e trasformare l’Ungheria in una “democrazia illiberale”. Poi, in luglio, ha detto: «A rischio oggi c’è l’Europa, la sopravvivenza o l’estinzione dei valori europei e delle nazioni stesse. Non si tratta solo di capire in quale Europa vorremmo vivere noi ungheresi, ma se l’Europa così come la conosciamo avrà qualche opportunità di sopravvivenza. La nostra risposta è chiara: vorremmo che l’Europa continuasse a essere il continente degli europei e l’Ungheria il paese ungherese che è».
Dagli sviluppi, estremistici ma non solo, in corso in Ungheria possiamo trarre validi insegnamenti. Prima di tutto, le politiche della destra radicale non sono più esclusive dei partiti della destra radicale. Anche i partiti conservatori possono proporre e introdurre politiche (populiste) della destra radicale. Basti pensare alle politiche anti-immigratorie varate dai primi ministri John Howard e Tony Abbott del Partito liberale australiano di centrodestra, alla legge anti-Sharia adottata dalle legislature dominate (in maggioranza) dal Partito repubblicano in più di una ventina di stati americani.
Secondo, mentre i partiti della destra radicale come Jobbik sono più (genuinamente) destra radicale di partiti mainstream come Fidesz, la destra radicale è per lo più all’opposizione, mentre i partiti mainstream sono spesso al governo. Oltre a ciò, i partiti della destra radicale tendono a essereinefficienti al governo, e i partiti mainstream come Fidesz hanno la possibilità di essere più nocivi per la democrazia a causa della loro esperienza, potere e capacità.
Terzo, infine, i partiti convenzionali tendono ad avere sostenitori in posizioni politiche di rilievo all’interno del loro stesso paese, per esempio nell’ambito giudiziario e burocratico, e anche al di fuori di essi. Infatti, il motivo principale per il quale Orbán riesce a farla franca con le sue politiche illiberali è che ha amici altolocati. Nessuno tra loro uguaglia per potere il Partito popolare europeo, il gruppo politico predominante nell’Ue, del quale Orbán è stato uno dei vicepresidenti dal 2002 al 2012. Malgrado tutte le politiche discutibili degli anni passati, il presidente del Ppe Joseph Daul di recente ha detto: «Orbán è l’enfant terrible della famiglia Ppe, ma a me piace».
L’attuale “crisi dei rifugiati” mette in luce quanto sia facile per la dialettica e per le politiche della destra radicale introdursi nel pensiero politico dominante dell’Europa contemporanea. In molti paesi i confini tra partiti della destra radicale e politiche della destra radicale si stanno facendo indistinti, quanto meno in termini di dibattito. Di conseguenza, mentre i democratici liberali dovrebbero restare vigili nei confronti della destra radicale, noi faremmo bene a non lasciarci accecare da essa. Le democrazie liberali sono minacciate dai partiti della destra radicale, ma anche — e a maggior ragione sempre più spesso in futuro — dall’attuazione (a prescindere dalle motivazioni) delle politiche della destra radicale da parte dei partiti tradizionali e così pure degli attori interni e stranieri che le autorizzano.
(Questo articolo è stato scritto per la webzine europea Eutopia Magazine promossa da Laterza con altri editori europei, Tim, la London School of Economics, SciencePo e il Wissenschaft Zentrum © Eutopia Magazine-creative commons Traduzione di Anna Bissanti)
* Cas Mudde, 48 anni, è un politologo olandese esperto dell’estrema destra populista europea

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