Tra i contadini di Tovarnik che aiutano i migranti in fuga Orbán: “Traditori”

Tra i contadini di Tovarnik che aiutano i migranti in fuga Orbán: “Traditori”

TOVARNIK. Le pannocchie di mais sono già pronte. Ma quest’anno il raccolto subirà un ritardo. Lo hanno deciso i contadini: «Proteggono il passaggio », spiega con aria fiera Ranko, 67 anni, che qui è nato e qui ha vissuto tutta la sua vita. «Nascondono i rifugiati e i migranti. Possono stare tranquilli e fare il loro percorso in pace». È l’ultimo atto di solidarietà. Una scelta importante per questo piccolo borgo che vive di agricoltura. Nel giro di tre giorni è stato letteralmente invaso da un fiume umano mai visto. Con la sua lingua sconosciuta e le sue usanze così diverse. La proporzione ha rovesciato il rapporto tra residenti e ospiti: 3.335 contro 17.089. Cinque su uno sono stranieri: siriani e afgani, soprattutto, ma anche altri arabi di quel Medio Oriente eternamente in guerra. Non si vedono in giro. Restano ammassati attorno alla piccola stazione della ferrovia, diventata ormai il simbolo di un esodo che nessuno immaginava così intenso e senza fine. I piccoli gesti di solidarietà, la compostezza, perfino i silenzi sono quasi una forma di rispetto nei confronti di chi ha perso tutto. I ricordi, come incubi, tornano ad affacciarsi. Tovarnik ha provato il dolore e la sofferenza. Per mesi ha subito le conseguenze di una follia decisa altrove. Venti chilometri più a est sorge Vukovar, forse il simbolo più atroce della guerra nella ex Jugoslavia e della sua violenza cieca e brutale. La chiamano la Stalingrado della Croazia. Tra l’agosto e il novembre del 1991 riuscì a fronteggiare l’esercito regolare jugoslavo dominato dai serbi. Per 87 giorni si difese in ogni modo: cadde solo il 20 novembre quando aveva esaurito uomini, ci- bo e medicine. Tovarnik fece la sua parte, soprattutto nei rifornimenti. I contadini di questo borgo facevano arrivare tutto per le stesse stradine sterrate nascoste dalle piantagioni di mais.
La solidarietà, da queste parti, è un sentimento istintivo. Un obbligo. È parte integrante di un popolo ferito nei suoi affetti e nel sua identità da stragi e pulizie etniche spaventose. Assieme alle paure che tornano ad affiorare.
Tra Tovarnik e Beli Manastir, lungo il percorso seguito dalle navette di autobus che portano i rifugiati al confine ungherese, si parla sempre più spesso di armi. Il duro scambio d’accuse tra il premier ungherese Orbán e quello croato Milanovic non aiuta. Anzi. Le frontiere sono militarizzate, vigilate da soldati in tuta mimetica e mezzi corazzati. Orbán ha deciso persino di mobilitare centinaia di riservisti per schierarli alla frontiera. Gli stessi poliziotti dei due paesi si tengono a distanza. La presidente croata Kolinda Grabar- Kitarovic è stata chiarissima. «Il ricorso all’esercito sarà necessario. Vogliamo aiutare tutti. Ma prima di ogni cosa vogliamo proteggere i nostri cittadini e garantire loro una vita normale, come pure la stabilità dello Stato croato».
Il muro e la chiusura dei valichi non hanno retto alle pressioni dell’Europa. Budapest è stata costretta, nei fatti, ad aprire un corridoio umanitario. Lo ha fatto con i bus e i treni blindati fino alla frontiera con l’Austria. Ma lo ha fatto. Il nuovo percorso è segnato: Turchia, Grecia, Macedonia, Serbia, Croazia, Ungheria, Austria e spesso Slovenia.
Lubiana si è ribellata e ha fatto la voce grossa. Ha respinto 200 immigrati, usando i gas lacrimogeni e i manganelli. Ma alla fine ha ceduto e ha detto di essere disposta ad accogliere diecimila profughi. Finora ne sono transitati quasi 20 mila. Altri 40 mila sono attesi nei prossimi due giorni. Una vittoria che il premier Zoran Milanovic rivendica proprio sotto il filo spinato del nuovo muro di 41 chilometri ultimato a tempo di record.
«Come vedete», ha detto ai giornalisti che osservavano il passaggio di uomini, donne e bambini tra le due frontiere, «abbiamo obbligato gli ungheresi a riceverli. Urlano e strepitano ma alla fine hanno ceduto. Il muro è una vera sciocchezza».
Victor Orbán ha reagito con durezza. Il capo di gabinetto, Antal Rogan, ha bacchettato i vicini con minacce da maestrino: «Se alzate le mani e non difendete i vostri confini, allora vuol dire che non meritate di entrare nella zona euro. Quando sarà il momento di decidere l’Ungheria potrà dire che non siete ancora pronti per aderire a Schengen ». Ma l’Europa, quella che conta, Germania in testa, ha già deciso: il flusso dei migranti e dei rifugiati non può essere bloccato. Va gestito e distribuito. I muri e le armi hanno già fatto troppi danni. Hanno provocato l’esodo che adesso attraversa le nostre terre.


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