“Aung San Suu Kyi come Mandela” A Rangoon la festa del trionfo

La sua Lega vicina all’80%. L’ex pasionaria tenuta per anni agli arresti dalla giunta: “Gli sconfitti accettino i vincitori, ma chi non ha vinto non deve essere provocato”

RAIMONDO BULTRINI, la Repubblica redazione • 10/11/2015 • Copertina, Internazionale • 889 Viste

RANGOON. Nella strada della vittoria oggi si cammina a testa alta. A migliaia, dal centro alla periferia di Rangoon, si sono riversati di fronte alla sede della Lega nazionale della democrazia per festeggiare la vittoria di Madre Aung San Suu Kyi. Nella storica via Shwegondaing dell’ex capitale una volta si passava con finta indifferenza per non farsi fotografare dalle spie appostate in ogni angolo di fronte agli uffici del partito. Ma oggi la vittoria prescinde da percentuali e numeri, che pure sembrano schiaccianti. Liberata dal castello stregato dei militari birmani, Aung San Suu Kyi ha sbaragliato i suoi ex carcerieri e ora pondera solo il momento giusto per dire ciò che tutti si aspettano. Che sarà lei a governare d’ora in poi l’antico regno della brutalità e dell’ingiustizia.
Restano ormai pochi dubbi sulla sua vittoria netta nelle prime elezioni generali in 25 anni per rinnovare parlamento, assemblee regionali e presidenza, che saranno ufficialmente sciolti solo a conti ultimati, forse tra una settimana o due. Lo hanno ammesso anche gli uomini attualmente al potere per bocca del capo del partito di maggioranza per la solidarietà e lo sviluppo o Usdp: «Sono più le perdite delle vittorie», ha detto da buon ex generale Htay Oo. Ma alla voce che la percentuale prevista per la Lega nazionale della democrazia va dal 70 all’80 per cento a livello nazionale, la folla ha continuato ad accalcarsi giorno e notte fuori dalla modestissima sede del partito, senza curarsi se il dato abbia o meno il crisma dell’autenticità.
Stavolta tutti, anche chi non ha mai sperimentato la società ideale di cui tanto si parla, sentono di avere una stessa madre che sta per costruirla. «Di lei ci fidiamo perché ha sofferto come e più di tutti noi», dice notevolmente commossa una signora di mezza età che siede nelle poche panche disponibili con una ban- dierina in mano e la nipotina in braccio. Attorno gli altoparlanti propagano gli inni ormai celebri di campagna elettorale con i rombi di tuono che annunciano la prossima proiezione video e la vittoria in una circoscrizione dopo l’altra, Tamawe, Paha, Tagon. Ogni annuncio è un boato di “We must win” “Dobbiamo vincere”, stampato anche sulle magliette rigorosamente rosse, che si propaga come i piccoli fuochi artificiali. È il clima di questa festa che aspetta solo il via libera della Madre per scatenarsi in tutta la sua potenza.
Per ora la folla di Rangoon si sta gasando a dovere coi ritmi che celebri musicisti hanno messo insieme con le parole rispettose per l’omaggio alla leader comune. In rap annunciano la nascita di una nuova èra «nello spirito della madre», colei che ora «guiderà il popolo secondo i principi di libertà e giustizia». Ogni singolo membro della comunità della Lega nazionale della democrazia (Nld) li conosce a memoria. «La Madre deve vincere – cantano – se vince tutto si risolve ». «Amay Suu», gridano col braccio alzato e i palloncini giovani, vecchi e bambini portati sulle spalle per renderli partecipi, anche se inconsapevoli, della gioia che può provare un essere umano per la conquista della libertà.
La certezza di tutti i militanti raccolti con le divise e i gadget rossi in questi pochi metri quadri di asfalto, tornati a essere caotici con la ripresa del traffico, è di aver aver sconfitto prima di tutto «il mito dell’invincibilità dell’esercito», come dice il maestro elementare Nyo Aung che ricorda bene gli anni della repressione come tutti quelli della sua età.
«Madre Suu è il nostro Mahatma Gandhi e Nelson Mandela, ed è buddhista», spiega Sithu Myint, un militante. «Ha sempre predicato la tolleranza e continua a farlo, vedrete che quando andrà al governo sarà tollerante anche con chi ci ha fatto del male». Poco importa se per ragioni politiche è stata costretta a mantenere un tono basso nelle polemiche sugli abusi contro i musulmani Rohingya dell’Arakan, e contro i civili negli Stati ancora in guerra.
Anche il suo leggendario padre, il generale Aung San, usò delle tattiche di sopravvivenza per conquistare la libertà, collaborando prima coi giapponesi, poi con gli inglesi per cacciarli. Ma è stato l’eroe dell’unificazione nazionale, un Garibaldi asiatico martirizzato dai suoi ex compagni, e ora tocca a sua figlia, una specialista di filosofie orientali che ha accompagnato per molti anni un marito tibetologo, inglese, dottissimo, col quale ha viaggiato e vissuto in molti Paesi come il Nepal e il Bhutan, fatto due figli abbandonati a un certo punto assieme al marito morente per fare da madre a un paese intero. Chi altri se non lei, con la sua esperienza del mondo e della sofferenza solitaria, può guidare la Birmania di domani, una terra sfruttata per decenni e ora al centro delle prossime rotte commerciali est-ovest?
Ma del futuro per ora non si parla tra la gente di via Shwegondaing perché è già qui. Niente e nessuno rovinerà la festa, ormai è questione di giorni se non di ore. Per ora la Nobel della Pace, emersa dalla sua seduta mattutina di meditazione, ieri di buonora si è vestita di bianco ed è uscita sul terrazzo per dire a una piccola folla di irriducibili rimasti forse in piedi tutta la notte che i risultati non sarebbero stati annunciati subito, per poi aggiungere con un sorriso tra l’ironico e il materno: «Ma penso che tutti avete un’idea di com’è andata… ».
Nel suo breve saluto alla folla ha però voluto ricordare che la transizione sarà morbida e che non solo «i candidati sconfitti devono accettare i vincitori, ma è importante non provocare gli sconfitti». A 5 anni pieni da quel 13 novembre 2010 che pose fine al suo ventennale calvario di detenzioni, con brevi pause, il regalo per l’azione lenta e misurata di questa paladina della non violenza, sarà la piena liberazione per parecchi milioni di cittadini, che non erano mai stati tanto vicini al sogno democratico di tante generazioni. Un sogno collettivo costato troppo sangue, ma al quale il mondo assiste attraverso i media, Facebook e Twitter dove ogni messaggio dalle piazze gioiose dove c’era una volta il “paese prigione”, sembra dire che è possibile cambiare anche il corso peggiore della storia.

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