Come rispondere alla crisi “dal basso”. Se ne discute all’università di Torino

Domani e dopodomani a Torino un convegno su cooperazione sociale e welfare dal basso. Intervista a Giacomo Pisani, uno degli organizzatori

Vivian Gerrand * redazione • 4/11/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Welfare & Politiche sociali • 1257 Viste

Come siete arrivati ad organizzare questa conferenza?

Il convegno è stato organizzato da me, Alberto Fierro, Alessandra Quarta, Michele Spanò, tutti giovani ricercatori dell’Università di Torino, col contributo del Fondo Ricerca e Talenti. Di fronte ad un sistema universitario che ci vuole sempre più divisi e isolati, abbiamo deciso di collaborare e di costruire un percorso di discussione e di ricerca sulle nuove forme di cooperazione e di mutualismo dal basso. I temi del convegno sono: coworking, cohousing, economia civile e legami sociali, monete alternative, crowdfunding e sharing economy.

È interessante riflettere sull’etimologia della parola ‘crisi’, che viene da greco ‘krisis’, che significa ‘momento decisivo’. In seguito al crollo finanziario globale del 2008, per un periodo in Italia e forse in altri paesi si sentiva dire, quando una cosa non andava, che non andava perché: ‘c’[era] crisi’. Può sembrare che la crisi sia diventata delle volte una scusa per non fare determinate cose o anzi, per spingere il neoliberismo radicale ancora di più di prima. In cosa consiste questa crisi? È giusto nominarla una crisi? O sarebbe meglio affrontarla come un aporia (come ha proposto l’ex ministro delle finanze greco, Yanis Varoufakis nel suo libro Il minotauro globale (2012), imperniandoci di più sulle possibilità che derivano dalle condizioni create dallo spostamento dal fordismo al post-fordisimo?

Sappiamo, con Marx, che la crisi non è affatto un fenomeno contingente all’interno dello sviluppo del capitalismo. La crisi è un momento costitutivo dell’accumulazione capitalista, che risolve la perenne contraddizione fra lo sviluppo delle forze produttive e i rapporti di produzione capitalistici. Dalla crisi, che corrisponde ad una sovrapproduzione di capitale e di merci, si esce con ulteriori privatizzazioni, tagli dei salari e del welfare, maggiore concentrazione della ricchezza.

Negli ultimi decenni il capitale si è sviluppato su scala internazionale e, attraverso il sistema del credito, si è nutrito di una sempre più ampia commistione fra pubblico e privato. Soprattutto, si è assistito, in Europa, ad una messa a valore sempre più ampia dei tempi di vita e di relazione che si sviluppano anche al di fuori del posto di lavoro inteso in senso classico. In occidente, infatti, si sviluppa una produzione per lo più cognitiva, mentre la produzione materiale si va spostando in altre zone del pianeta. Questo corrisponde, come tu dici, ad un momento decisivo nello sviluppo del neoliberismo: sempre più i privati cercano di organizzare la cooperazione sociale dei clienti, attraverso la rete e la creazione di comunità virtuali che fungono da serbatoi di identità. Incidendo sulla sfera affettiva e relazionale, sul desiderio e sui progetti di vita, il capitale può disporre di un esercito di lavoratori non retribuiti. Credo che la posta in gioco possa essere, oggi che le forze produttive sono talmente socializzate, nell’appropriazione del momento della decisione, della condivisione e della cooperazione, da cui può partire una diversa idea di sviluppo e di solidarietà.

Quali sono state le risposte alla crisi più comuni che abbiamo visto in Italia finora?

In Italia la crisi è stata la giustificazione più comoda per privatizzare, operare tagli al welfare e alla scuola, smantellare le tutele lavorative e sindacali. Dalla crisi dell’accumulazione e della concentrazione di ricchezze si è cercata, come via d’uscita, l’accentuazione delle disuguaglianze. Del resto, la ricetta dell’austerity è stata imposta a livello europeo da una governance sempre più gerarchica e violenta, che ha fatto leva sulle politiche dei singoli stati nazione e si è avvalsa del ricatto del debito per imporre tagli, sacrifici, privatizzazioni. Il Jobs act, in Italia, ha liberalizzato definitivamente il lavoro precario, sottopagato e intermittente, quel lavoro che già da anni costituiva l’unica – o quasi – prospettiva sul mercato. La precarietà non è un dispositivo che riguarda solo la sfera della produzione: segna i tempi di vita, strozza i progetti a lungo termine, costringe al ricatto del lavoro gratuito e sottopagato.

In generale, anziché investire sulla capacità dei soggetti e delle nuove generazioni – oggi altamente scolarizzate e in grado di ripensarsi continuamente in contesti lavorativi sempre diversi – di sviluppare forme di vita, saperi, valori, in Italia la risposta è nell’ulteriore assoggettamento e degradazione dell’attività lavorativa.

Come si distinguono le proposte di questo convegno dalle risposte precedenti alla crisi?

Anziché concentrarci sulle soluzioni offerte “dall’alto”, abbiamo deciso di volgere lo sguardo a quelle esperienze di autovalorizzazione e di cooperazione che, in Italia, si vanno sviluppando “dal basso”. Non si tratta di tentativi nostalgici di ricercare una qualche identità perduta al di fuori del mercato, ma di esperienze che costruiscono, dentro i rapporti del mercato, orizzonti di senso, di produzione e, spesso, di mutualismo. In qualche modo i soggetti si autodeterminano nella cooperazione, e a quella soggettivazione lavoratrice proprietaria che ha dominato la modernità, oppongono un modo di fare comune. Al tempo stesso, i soggetti reagiscono alla crisi del welfare classico sviluppando pratiche di solidarietà in cui si sperimenta una gestione “dal basso”.

In un clima di crescente neoliberismo mondiale, il Welfare State ha futuro?

Il nostro welfare si fonda sull’accordo costituente fra borghesia industriale e classe operaia. Esso ha avuto una funzione fondamentale di tutela e di garanzia dei diritti sociali, quei diritti che sono abilitanti rispetto ai diritti di libertà come dei diritti civili e politici, perché immergono l’individuo nella sostanzialità dei bisogni e dei rapporti materiali e segnano la soglia della dignità. Il welfare classico ha avuto come soggetto di riferimento il cittadino lavoratore eterosessuale padre di famiglia, che è stato il soggetto di riferimento delle grandi costituzioni novecentesche. Quel lavoratore che si è organizzato in soggetti collettivi e che ha forzato la gerarchia delle fonti del diritto lottando e ottenendo diritti e tutele. Oggi, quel modello è in crisi avanzata, e lascia spazio ad un’eterogeneità di figure produttive: migranti, disoccupati, lavoratori della conoscenza, lavoratori autonomi ecc. Credo che il welfare vada quindi totalmente ripensato.

Quali sono secondo te i modelli migliori di Welfare che si potrebbero applicare al contesto italiano in data odierna?

Credo sia necessario un welfare universale, che assuma i bisogni di queste soggettività eccedenti, che sempre più oggi sviluppano pratiche di mutualismo e di welfare “dal basso”. In questo senso va il riconoscimento di un reddito universale, che riconosca la dignità di tutti e la possibilità di esistere indipendentemente dal posto occupato all’interno del mercato.

 Come vedi il ruolo delle istituzioni nello sviluppo del welfare ‘dal basso’?

Di fronte alla crisi del welfare classico, a cui abbiamo accennato, e alla perdita di peso della forma stato, sempre più subordinata ad una governance trans-nazionale appiattita sulla riproduzione capitalista, le pratiche di cooperazione e mutualismo a cui abbiamo fatto riferimento possono certamente proporsi come un modo diverso di produzione del diritto, non più riconosciuto “dall’alto”, ma radicato nella prassi e nel mondo della produzione. Per questo è necessario, però, un processo costituente che assuma la centralità della cooperazione sociale e che riconosca la capacità collettiva di produzione in comune e di autoregolazione. Un primo passo può essere quello del riconoscimento dei beni comuni, che rompono la dicotomia pubblico-privato, su cui si regge il mercato globale, e determinano un modo diverso, inclusivo e partecipato, di intendere la proprietà e il lavoro.

Quando guardo il settore dell’università, vedo da un canto una frustrazione di fondo fra i docenti ed i professori che faticano ad andare avanti senza le risorse. Dall’altro canto, i giovani neolaureati ed i ricercatori non trovano più la possibilità di una sistemazione malgrado le loro qualifiche e sono dunque demotivati. Sarebbe possibile introdurre un’economia di condivisione e collaborazione anche all’interno dell’Ateneo? Se si, in che modo?

La tendenza, non solo in Italia, è stata di utilizzare il criterio del “merito”, mai effettivamente discusso e messo in questione, per far passare l’utilità all’interno del mercato come fattore di determinazione degli indirizzi di ricerca e del reclutamento. Nell’ambito della R&S, le ricerche finanziate sono quelle che producono applicazioni utili ai privati, inseriti nei consigli di amministrazione delle università, in linea con una visione sempre più aziendalista dell’università. Ciò si è accompagnato ad una svalorizzazione dei saperi “inutili”, umanistici in primis, ma in generale dei saperi “di base”. Eppure sono questi che permettono di indagare circa le categorie che fanno la stoffa di un paradigma, e che costituiscono la condizione imprescindibile per le “rotture paradigmatiche” e per un mutamento degli strumenti in gioco. In una università in cui i finanziamenti sono condizionati dall’applicazione immediata, anche la qualità complessiva della ricerca viene a calare irrimediabilmente. Il fatto che in Italia nemmeno il capitalismo cognitivo sia decollato dovrebbe forse portare a riflettere su quanto sia anche “produttiva” la condivisione e la collaborazione nell’università, e come la vera forza dei saperi “di base” sia di non “servire” a nulla, di non essere servi di nessuno, e per questo di essere i più utili di tutti.

Nel 2014 hai pubblicato un libro con Ombre Corte sul reddito di esistenza universale. Come si distingue il reddito universale dai modelli di Welfare tradizionali?

Il reddito universale è il riconoscimento della dignità della persona al di fuori del mercato. Non è il riconoscimento di un diritto “di natura”, né il punto d’arrivo all’interno di una visione ideale della società. Esso si radica nella prassi e nella costruzione di una sovranità “dal basso”, che strappi spazi di progettamento del reale al mercato. Per questo il reddito incondizionato pone la necessità di un processo costituente che, in Europa, porti le istituzioni a riconoscere le forme del lavoro e della produzione, a favorire l’autodeterminazione, a riconoscere diritti, dignità e democrazia per tutti.

Potresti dare alcuni esempi attualmente in corso della cosiddetta ‘sharing economy’?

Forme di condivisione e collaborazione si vanno diffondendo in ogni campo, anche in Italia: Uber, BlaBlaCar, piattaforme online di ogni genere ecc. La critica più frequente è: producono valore e c’è chi ci guadagna tanto! Il punto è proprio questo: capire che con la condivisione e la collaborazione è possibile produrre, anche più e meglio, al di fuori dei posti “classici” segnati dal capitale. Il punto è come fare in modo che di quella ricchezza non siano in pochi a trarre beneficio. E’ questa la sfida che ci attende tutti.

* Vivian Gerrand è dell’European University  Institute di Fiesole

Qui il programma del convegno

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