Boschi, una fiducia strappacuore

La ministra Boschi, «fiera» di suo papà, abbonda in retorica. E cambia anche la data d’ingresso del padre nel cda di Etruria. Bocciata la mozione del 5 Stelle

Andrea Colombo, il manifesto • 19/12/2015 • Copertina, Diritti consumatori & utenti, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 1038 Viste

Banche. La ministra, «fiera» di suo papà, abbonda in retorica e assicura: «Non facciamo favoritismi». Ma nel suo intervento la politica è assente. E cambia anche la data d’ingresso del padre nel cda di Etruria. Bocciata la mozione del 5 Stelle. Renzi: «Un autogol»

Se si fosse trovata di fronte a un giudice e a una giuria, processata per addebiti penali, Maria Elena Boschi sarebbe stata perfetta. Spiegazioni circostanziate ma minimaliste: il valore delle azioni in suo possesso, quanto avrebbe recuperato sul deprezzamento delle stesse grazie al decreto. Un conflitto di interessi per 369 euro. Suvvia! Poi papà nel cda solo dal maggio 2014, anche se per la verità risulta farne parte da qualche anno in più, dal 2011, essendo quindi dirigente di peso nell’anno cruciale che preparò il fallimento e nel quale venne tessuta la truffa delle obbligazioni subordinate, il 2013. E infatti l’M5S la accusa senza perifrasi di aver mentito.

Trovandosi, come si trovava, di fronte a una platea più vasta e sottoposta a un giudizio non sulle sue responsabilità penali ma sulla sua immagine, la ministra alla quale la Camera ha confermato la fiducia è stata meno brillante. Ha abbondato in retorica, anzi in retorica populista, con quel padre figlio di contadini e che faceva a piedi 5 km pur di diplomarsi: «Ne sono orgogliosa, come di essere la prima laureata in famiglia». Ha scarseggiato in sensibilità, dimenticandosi anche solo di accennare agli obbligazionisti rovinati dalla banca di suoi padre, pardon di cui suo padre era dirigente, e dal governo di cui lei è parte integrante. Imperdonabile. Ha giocato una carta a effetto destinata a mandare in sollucchero i fan ma che a pensarci bene lascia invece sbalorditi: «Se mio padre avesse sbagliato dovrebbe pagare perché noi non facciamo favoritismi. Se lo avessi davvero favorito sarei la prima a dimettermi». E nessuno a ricordarle che questa è la norma e che anche il solo rivendicare un comportamento tanto ovvio quanto obbligato come (eventuale) merito lascia di stucco. Ha attribuito gli attacchi a lei e alla famiglia a volontà di danneggiare politicamente il governo, argomentazione ineccepibile, nonché all’invidia per una donna che a soli 34 anni è già ministra e pure importante. Inelegante comunque, un po’ peggio se, come nel caso, accompagnato dall’immancabile spocchia e arroganza che di questo governo è cifra permanente, più pronunciata che mai quando sono in campo rappresentanti del cartello toscano.

Dal punto di vista politico, il solo che dovrebbe contare, l’autodifesa della «ministra importante» è stata in realtà pessima perché totalmente reticente. Le accuse erano politiche non penali, e su quel piano Boschi non ha pronunciato sillaba: non sul comportamento inqualificabile di una banca che smercia consapevolmente carta straccia mentre distribuisce prebende ai suoi dirigenti. Non sulle istituzioni di vigilanza, che guardavano da un’altra parte. Non su un governo che neppure prova a discutere su una legge europea destinata a rovinare un certo numero di persone e poi vara un decreto senza tenere in alcun conto la sorte degli stessi. E neppure sull’opportunità, che è cosa diversa dalla liceità, di nominare un signore vicepresidente di banca un nanosecondo dopo l’ascesa della figlia al rango di ministra, anzi di «ministra importante».

Vero è che l’M5S ci ha messo del suo nel consentire una difesa reticente e melodrammatica ma mai politica. La mozione di sfiducia individuale per conflitto di interessi era in questo caso palesemente inadeguata, quasi un riflesso condizionato dell’era berlusconiana, che non era affatto identica a quella del nuovo granducato di Toscana. L’ombra, qui, non oscura affatto solo la ministra Boschi, ma riguarda l’intero governo e in particolare quella compagnia di amichetti e figli di amiconi che non peccano di conflitto di interessi ma di uso spregiudicato del potere. In effetti raramente Di Battista è stato meno efficace, più confuso e balbettante di ieri nella sua requisitoria. Fosse un gentiluomo, dovrebbe inviare fiori alla ministra stessa, che con la scena incresciosa delle risatine da liceale con la compagna di classe Marianna Madia durante il suo intervento ha finito per salvargli un po’ la faccia.

Come da copione arrivano il no alla mozione di sfiducia (373 no, 129 sì) e il commento di Renzi: «Un clamoroso boomerang». In parte ha persino ragione, perché tra gli errori dell’M5S e la sgangherata posizione di Fi, che per non esplodere di nuovo ha dovuto astenersi dal voto, la vicenda ha confermato che la vera forza di Renzi sta nell’inconsistenza dei suoi avversari. Ma di qui a dire che ieri Maria Elena Boschi ha recuperato lo smalto perduto ci passa davvero una banca.

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