Il governo cambia strategia (come chiede l’Ue) e non salva più l’Ilva

Consiglio dei ministri. Varato il nuovo decreto per l’Ilva. Dopo il no del tribunale di Bellinzona al rientro in Italia dei capitali sequestrati in Svizzera alla famiglia Riva

Gianmario Leone, il manifesto • 5/12/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Lavoro, economia & finanza, Salute & Sicurezza sul lavoro • 766 Viste

La mossa era nell’aria. Ieri, in un Consiglio dei ministri convocato senza la parola Ilva all’ordine del giorno, il governo ha deciso di intervenire nuovamente nel destino della più grande fabbrica italiana. Lo ha fatto seguendo una strada a prima lettura alquanto intricata. Ma il percorso tracciato, forse l’ultimo possibile, un suo senso lo ha. E soprattutto la presenza di date precise, lascia intendere che il dossier Ilva molto probabilmente si trova ad un punto di arrivo vicino alla sua conclusione molto più di quanto si possa immaginare.

L’obiettivo ora è quello di accelerare i tempi e mettere tutti di fronte alla realtà e forse anche alle proprie responsabilità. Per salvare l’Ilva di Taranto, il più grande siderurgico europeo, il governo ha capito, finalmente, di non poter agire da solo né di intervenire in maniera diretta per risanare le casse di un’azienda commissariata da oltre tre anni; meno che mai di potersi accollare le ingenti spese necessarie per realizzare i lavori di risanamento sugli impianti previsti dal piano ambientale.

Del resto, i fari puntati dalla Commissione Ue sui presunti di aiuti di Stato del governo Renzi, quando negli anni passati ciò è stato consentito a Francia e Germania, lascia intendere che la partita che si gioca intorno al futuro dell’Ilva va a toccare interessi economici internazionali che potranno cambiare gli scenari europei dei prossimi anni del settore dell’acciaio.

Per questo, dopo lo scontato no del tribunale svizzero di Bellinzona al rientro in Italia dei capitali sequestrati alla famiglia Riva per oltre 1 miliardo di euro, il governo ha deciso di varare un nono decreto “salva Ilva”. Visto che al momento, con il niet svizzero, è venuta a mancare la garanzia per le banche di rientrare in termini brevi e certi dal prestito di 800 milioni di euro che l’esecutivo aveva previsto nella legge di Stabilità. Che l’Ilva avrebbe potuto chiedere alle banche per realizzare le attività di risanamento ambientale, in attesa del rientro dei capitali dei Riva che il governo avrebbe poi versato nelle casse degli istituti di credito.

Dunque, si cambia strategia. Il decreto-legge approvato dal Cdm ha per obiettivo «accelerare le procedure per la cessione a terzi dei complessi aziendali dell’Ilva, allo scopo di assicurare una prospettiva di stabilità finanziaria, industriale e gestionale del gruppo siderurgico», spiega palazzo Chigi. Il provvedimento, prevede che i criteri per l’aggiudicazione «siano valutati anche in riferimento ai profili di rilevanza ambientale»; che la valutazione dei beni possa essere effettuata, «oltre che da società finanziarie, anche da società di consulenza aziendale»; che le procedure di trasferimento a terzi «siano completate entro il 30 giugno 2016»; che il trasferimento assicuri «la discontinuità, anche economica, della gestione da parte del soggetto aggiudicatario».

Inoltre, per consentire il processo di cessione, e garantire nel contempo le esigenze di tutela dell’ambiente, il decreto stanzia 300 milioni di euro «a favore dell’amministrazione straordinaria dell’Ilva». Il vincitore dell’asta pubblica potrà inoltre anche proporre un nuovo piano ambientale dell’area di Taranto. Per tale motivo, il governo ha prorogato dal 4 agosto al 31 dicembre 2016 le misure previste dall’Autorizzazione ambientale integrata.

Non è chiaro però se il governo deciderà di vendere o noleggiare gli impianti, come era stato previsto inizialmente, con la creazione di una apposita newco. O se anche questa ipotesi sia stata accantonata. Ed è qui che si gioca la partita più importante: perché a questo punto si potrebbe anche realizzare il famoso “spezzatino” tanto temuto dai sindacati, con la cessione dei singoli stabilimenti (Taranto, Genova, Cornigliano) ad altrettanti acquirenti; né è chiaro se lo Stato vorrà mantenere una partecipazione all’interno del capitale sociale dell’azienda per controllare da dentro e da vicino la gestione del siderurgico, evitando così un nuovo disastro ambientale o, peggio ancora, un chiusura pilotata del sito da parte di gruppi europei soltanto sulla carta interessati a salvare il colosso della siderurgia italiana. Staremo a vedere.

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