Veto ad Artur Mas della sinistra radicale La Catalogna torna alle urne

Veto ad Artur Mas della sinistra radicale La Catalogna torna alle urne

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 Si torna alla casella di partenza, come nel gioco dell’oca. Il processo secessionista catalano riparte da zero. Tre mesi dopo le elezioni vinte dalle forze indipendentiste e seguite dalla solenne dichiarazione d’avvio della “road map” separatista, la regione ribelle si ritrova senza governo e sarà costretta a tornare alle urne per un nuovo voto anticipato entro marzo, salvo imprevedibili giravolte delle prossime ore. A decretare la fine- lampo di una legislatura mai decollata sono gli antisistema della Cup (Candidatura d’Unitat Popular), una variegata piattaforma di movimenti di estrema sinistra che, con i loro 10 deputati regionali eletti, avevano le chiavi della governabilità. In un’interminabile parodia della democrazia assembleare, culminata con l’assurdo stallo di una settimana fa (1515 sì e 1515 no nell’assemblea generale di iscritti e simpatizzanti) ieri è stata una nuova riunione fiume del movimento a decretare il veto definitivo all’investitura di Artur Mas come presidente regionale.
Mas aveva trasformato le elezioni del 27 settembre scorso in una sorta di plebiscito “pro” o “contro” l’indipendenza. La sua coalizione Junts pel Sí (insieme per il sì), formata dal nazionalismo classico di centro-destra e dai repubblicani di Esquerra, aveva ottenuto 62 seggi, due in meno di quelli necessari per superare il veto dei partiti unionisti (Ciudadanos, Psoe e Pp). Per sbloccare la situazione occorreva il via libera della Cup, che però sin dal primo momento ha cominciato a fare resistenza sul nome di Mas, accusato di essere il responsabile dei pesanti tagli allo stato sociale degli ultimi anni, oltre ad avere l’handicap di guidare un partito sotto inchiesta della magistratura per diversi casi di corruzione. Mas non ha accettato di farsi da parte per favorire l’elezione di un politico meno discusso e, se non lo farà nelle prossime ore (in quel caso la Cup ha fatto sapere che potrebbe rivedere la propria posizione), il Parlamento regionale sarà automaticamente sciolto domenica prossima.
A questo punto, la situazione è confusa come non mai. E qualunque movimento sullo scacchiere politico di Barcellona, è destinato ad avere conseguenze anche sull’incerta prospettiva della formazione di un governo nazionale a Madrid. Nessuno più crede alla possibilità di realizzare quel minacciato processo di desconnexió, lo scollegamento della Catalogna dallo Stato centrale, con la proclamazione dell’indipendenza entro diciotto mesi. Le forze secessioniste dovranno rimettere insieme i loro cocci. Dalle urne (forse si voterà il 6 marzo) potrebbero uscire rafforzati gli indipendentisti storici di Esquerra Republicana guidati da Oriol Junqueras, destinati a sottrarre consensi al partito di Mas. Ma la vera sorpresa potrebbe venire dalla lista affine a Podemos, soprattutto se la leader carismatica Ada Colau deciderà di lasciare il Comune di Barcellona per candidarsi alla presidenza regionale. Crescerebbe così il peso di Colau nel partito rispetto a Pablo Iglesias, già costretto in questi giorni dai suoi alleati catalani a condizionare quasi trattativa di governo con il Psoe all’accettazione di un referendum per l’autodeterminazione della regione.


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