unioni civili

Lo slalom del cardinale

Chiesa e politica. Di chi è il popolo chiamato alla piazza. Una legge che costringe a cambiare

Bia Sarasini, il manifesto • 26/1/2016 • Copertina, Libertà & Nuovi diritti, Politica & Istituzioni • 591 Viste

Di chi è il family day, della Regione Lombardia che lo benedice con le luci del Pirellone? Delle associazioni che lo hanno indetto? Dei politici che si fanno vanto di aderire ai sentimenti del popolo cattolico? Di sicuro non è dei vescovi, non in forma ufficiale, uno spostamento quasi radicale, nella scena politica italiana. Il cardinale Bagnasco, nella prolusione alla presidenza della Cei, ha mostrato il cambiamento di rotta a cui porta la ferma indicazione che orienta questo papato: ai vescovi tocca occuparsi di pastorale, non gestire la politica italiana.

Certo il presidente della Cei è stato molto fermo nei principi, ha parlato della «famiglia – tesoro inesauribile e patrimonio universale», ha sottolineato «l’identità propria e unica di questo istituto». Ha ricordato che i bambini «non sono mai un diritto poiché non sono cose da produrre». Non ci sono equivoci su quello che si aspetta, dal Parlamento italiano.

Eppure non ha nominato né le unioni civili, né la stepchild adoption, né tantomeno il Family Day. E il tema “famiglia” è al terzo punto della sua prolusione, non all’apertura. Non ci sono appelli all’azione. La Conferenza episcopale italiana, con qualche difficoltà e resistenza ma con una certa chiarezza, entra nella logica che ispira questo papato, un processo che risulterà più decifrabile alla conclusione dei lavori dei vescovi italiani.

In un certo senso lo scontro parlamentare intorno alla legge Cirinnà costringe tutti, in prima i fila i vescovi naturalmente, a misurarsi con un cambiamento di grande portata, anche se non è facile districarsi. Ci vorrà tempo, prima che i politici italiani, cattolici e non solo, se ne rendano conto. Si tratterebbe, né più né meno, della sparizione – o più realisticamente della diminuzione – dell’ingerenza diretta della Chiesa nelle questioni politiche. Il venire meno di un peso, ma anche di una protezione, di un capitale di consenso sicuro. Si possono perfino scatenare maggiori ansie, nei politici che si ritrovano soli nelle loro scelte, per eccesso di responsabilità. Come forse può accadere ora, intorno all’irrigidimento disciplinare sulla stepchild adoption e la maternità per altri, una proposta di innalzamento delle pene poco misericordioso.

E mentre il popolo del Family Day, che non è il popolo di Dio ovvero l’insieme dei credenti, si prepara a scendere in piazza, e sarà interessante vedere come si muoverà, senza la protezione dei vescovi, risultano più chiare le parole di papa Francesco.

Venerdì scorso, all’apertura dell’anno giudiziario della Sacra Rota, ha detto: «La Chiesa ha indicato al mondo che non ci può essere confusione tra la famiglia voluta da Dio e ogni altro tipo di unione». E ha spiegato: «La famiglia, fondata sul matrimonio indissolubile, unitivo e procreativo, appartiene al sogno di Dio e della sua Chiesa per la salvezza dell’umanità».

Sono parole che stabiliscono un confine, molto netto. Tra la sfera del sacro, in cui azioni, comportamenti, scelte di vita sono ispirate a un orientamento trascendente, a un insegnamento che non è di questo mondo, il «sogno di Dio», e una sfera secolare, che trova i suoi codici di comportamento nell’orizzonte delle relazioni tra gli umani. Sono parole ispirate dallo stesso discernimento che ha guidato la conclusione dei lavori del Sinodo dedicato alla famiglia. Ribadiscono la dottrina tradizionale, ma non cancellano che accanto a chi crede esistono altri che vivono con altre scelte.

È una distinzione sufficiente, per liberare la scena politica italiana dalla pesante negazione di diritti che rende il nostro Paese (quasi) unico tra le nazioni europee? Certo dovrebbe essere sufficiente a non ostacolare le unioni civili, ad approvare senza troppi bizantinismi una legge che non assimila unioni e matrimonio, anzi è fin troppo preoccupata di distinguerli.

Ma forse non esauriente, perché sarebbe necessario approfondire, almeno una volta. Di cosa si parla, quando si parla di famiglia? Anche i credenti, a cosa pensano quando dicono che la famiglia è naturale? Quando hanno cominciato a pensare così, i Cristiani? Da quando la parola famiglia, che nella sua etimologia indoeuropea indica un insieme di persone, coincide con la coppia di uomo e donna? C’è un’ampia gamma di indagini e risposte possibili, e altre ne possono scaturire. Se i senatori che giovedì riprendono a esaminare la legge Cirinnà ne fossero consapevoli, forse potrebbero trovare rapidamente la strada per dare al Paese la legge che aspetta.

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