migranti

Quella nuova breccia nei muri europei che si apre sui monti tra Grecia e Albania

Nell’Epiro. Centinaia di siriani in attesa e un’altra rotta per arrivare in Puglia: Tirana chiede aiuto all’Italia

ETTORE LIVINI, la Repubblica • 18/3/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 862 Viste

KONITSA (GRECIA) Ahmed ha l’occhio tumefatto e un buco nero al posto degli incisivi quando sorride («è il ricordo della polizia turca», scherza). Samira, 7 anni, è concentratissima a mettere insieme i pezzi di un puzzle di Nonna Papera. Una decina d’uomini fumano sotto il porticato per proteggersi dalla pioggia mentre nel grande edificio di pietra le donne, provate dalle otto ore di pullman che le hanno portate qui dal Pireo, preparano con i volontari la merenda per i loro 40 bambini. «Siamo stanchi ma ci è andata bene», confessa Kareema riempiendo il biberon per il figlio. «Non ho ancora capito bene dove siamo. Ma so che 20 chilometri a nord c’è un confine. E mi basta. Riposeremo qualche giorno, poi andremo avanti». Il fiume in piena dei migranti in fuga dalla guerra in Siria inizia a ridisegnare le sue strade. Il filo spinato di Idomeni ha sbarrato quella verso la Macedonia, ma nessuna delle 45mila persone intrappolate nel limbo ellenico ha intenzione di alzare bandiera bianca. E la nuova breccia nel muro della Ue — in attesa dei risultati dei negoziati con Ankara — si sta aprendo qui tra le montagne innevate dell’Epiro, al confine tra Grecia e Albania. Dove Ahmed, Samira e gli altri 160 siriani trasferiti dal governo Tsipras nel “Centro benessere sociale” di Konitsa potrebbero diventare gli apripista dell’ennesima via della speranza: quella che sfidando le 50 miglia di Adriatico tra Tirana e Puglia rischia di rimettere l’Italia al centro delle rotte dei rifugiati.

«La situazione per ora è tranquilla. Nessuno ha tentato di forzare il passaggio. Ma so cosa sta succedendo in Grecia e sono preoccupato», ammette l’ispettore albanese in servizio nel casotto giallo della dogana di Kakavia, due passi da Konitsa. Non è il solo. «Non abbiamo la forza, le condizioni e l’entusiasmo per salvare il mondo mentre altri chiudono i confini», è la linea del premier di Tirana Edi Rama. Che per blindare le frontiere ha chiesto aiuto all’Italia: venticinque poliziotti tricolori («esperti in lotta al terrorismo e ai trafficanti di essere umani », dicono fonti di intelligence) sono in arrivo in queste ore per mettere a punto le operazioni di controllo congiunte ai valichi con la Grecia. E il ministro degli Interni Angelino Alfano sarà presto in Albania per coordinare una linea comune nel timore, come paventa il suo omologo Samir Tahiri, «dell’arrivo in massa di rifugiati».

I bambini siriani che giocano a “Ce l’hai” nel giardino del loro alloggio provvisorio tra i monti del Pindo non paiono a dire il vero un pericolo imminente. «L’-I-talia? Io voglio andare in Germania da mia madre», confessa Ahmed. Le diplomazie occidentali non si fidano e il loro sospetto è chiaro: Atene — spiazzata dall’asse Ue-Turchia — potrebbe spostare migliaia di rifugiati verso questa regione per passare il cerino a qualcun altro (leggi Tirana, Vienna e Roma) e “reinternazionalizzare” i suoi problemi.

«Noi non stiamo giocando a nascondino e non incoraggiamo la gente a forzare frontiere chiuse», assicurano dal governo Tsipras. Le infrastrutture per i profughi in Epiro però si stanno moltiplicando. Un campo è previsto a Tsepelovo, 700 persone finiranno all’ex base dell’esercito a Filippiada. «Qualche centinaio arriveranno da noi nel campo sportivo, ce l’ha preannunciato il sindaco» racconta la titolare dell’hotel Rotpro a Doliana, un tiro di schioppo dall’Albania. A preoccupare Tirana però sono soprattutto i lavori iniziati nel vecchio aeroporto militare di Ioannina, 50 chilometri da Kakavia. Un via-vai di camion ha depositato ghiaia sul fango e posato tubi per le fogne. «Stanno costruendo un’enorme tendopoli per rifugiati », racconta Petros Michaliopoulos mentre fa volare l’aquilone con i figli per festeggiare l’inizio della Quaresima ortodossa.

La frontiera, in teoria, è blindata: «Chi non ha i documenti non passa», assicurano i doganieri albanesi. Ma sigillarla come a Idomeni è impossibile. «Io non posso impedire a nessuno di andarsene da qui — ammette Katerina Mitopoulou, la responsabile del centro di Konitsa — . Avviso solo tutti sul pericolo di affidarsi ai contrabbandieri per attraversare illegalmente il confine». Farlo è facilissimo. I 280 chilometri di montagne tra Grecia e Albania sono un rosario di gole, torrenti e sentieri impossibili da vigilare al 100%. «Ci vengo d’estate con gli studenti e faccio avanti e indietro tra i due paesi molte volte al giorno senza che mi venga chiesto un documento», garantisce Vassilis Nitsiakos, professore all’università di Ioannina. Una tentazione troppo forte, temono in molti, per i siriani di Konitsa e per gli altri disperati a caccia di un varco ai confini della Grecia per continuare la marcia verso nord.

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