Dal Kansas all’Oklahoma il sisma “artificiale”spaventa gli Usa

Dal Kansas all’Oklahoma il sisma “artificiale”spaventa gli Usa

IL Big One non è più solo. Bisogna imparare a contare anche Big Two e Big Three. Ci sono, infatti, il 10-12 per cento di possibilità che, nei prossimi mesi, la faglia di Sant’Andrea, in California, si apra, scatenando un terremoto devastante, quello che i californiani chiamano il Big One. Ma le stesse probabilità ci sono, quest’anno, anche in una buona porzione dell’Oklahoma e del Kansas. Il punto è che, mentre la California è, da sempre, zona sismica, Oklahoma e Kansas, al centro del Nord America, non lo sono mai state. La spiegazione, però, c’è: l’incubo della California è un terremoto prodotto da cause naturali. Il pericolo, per Oklahoma e Kansas, è invece un terremoto prodotto dall’attività umana. Più esattamente, un sottoprodotto del fracking, la tecnica di frantumazione delle rocce per estrarne gas e petrolio. Ovvero, è il colpo di coda avvelenato della più grande storia di successo dell’economia Usa degli ultimi anni.

Sono 7 milioni gli americani che si trovano, a sorpresa, esposti al nuovo rischio di un terremoto più o meno devastante. Il grosso sono in zone fittamente popolate, come Oklahoma City e l’area metropolitana Dallas-Fort Worth. Il pericolo, anche se via via minore, è diffuso in sei stati: oltre a Oklahoma e Kansas, Texas, Colorado, New Mexico e Arkansas. La mappa dei nuovi rischi l’ha disegnata l’Usgs, il Servizio geologico federale, che, per la prima volta, ha preso in considerazione non solo i terremoti con cause naturali, ma quelli indotti dall’attività umana. Un megaterremoto come il Big One è possibile solo in alcune aree, ma eventi sismici minori, però sufficienti per lanciare l’allarme per la costruzione degli edifici, sono probabili, nell’arco di questi mesi, su una fetta cospicua del Middle West.

Tecnicamente, il colpevole non è il fracking, la rivoluzione delle trivelle che ha regalato agli Stati Uniti 4 milioni di barili di petrolio in più al giorno, trasformandoli in esportatori di greggio. Ovvero, non è in sè la frantumazione delle rocce compiuta dalle trivelle a smuovere la terra. Ma la questione cambia di poco, giustificando i timori e i dubbi che, in Europa hanno frenato o bloccato l’introduzione del fracking. L’estrazione del petrolio o del gas avviene, infatti, frantumando le rocce con potenti getti di acqua. Quest’acqua torna in superficie insieme al petrolio e viene reiniettata sotto terra ad alta pressione. E’ questa seconda operazione — milioni e milioni di galloni d’acqua sparati ogni giorno sotto terra — che, secondo gli scienziati, compromette la stabilità delle faglie e provoca i terremoti.

Statisticamente, non sembrano esserci dubbi. In quest’area centrale degli Stati Uniti, fra il 1973 e il 2008 ci sono stati in media 24 terremoti l’anno, di intensità pari o superiore ai 3 gradi della scala Mercalli (la soglia in cui l’evento viene avvertito dalle persone). Dal 2009 al 2015 sono schizzati a 318 l’anno, in media, con un picco di oltre mille nel 2015. Solo nei primi 2 mesi e mezzo del 2016 ce ne sono stati 226. In Oklahoma, l’escalation è drammatica: da 3 terremoti, prima del 2008 a 2.500 oltre i due gradi e mezzo, negli anni successivi, compreso uno oltre i cinque gradi, il mese scorso. Oltre i due gradi e mezzo, oscillano i lampadari. Oltre i cinque, la gente si sveglia e cadono gli oggetti dagli scaffali.

Questa ridotta intensità non significa, tuttavia, che non ci siano pericoli immediati. Lo studio dell’Usgs sottolinea che i terremoti indotti dall’attività umana tendono ad essere più piccoli di quelli naturali. Ma si presentano, spesso, come uno sciame di piccole scosse che, alla lunga possono compromettere faglie note o ignote, scatenando terremoti più grandi. L’osservazione getta una luce inquietante sul resto degli Usa. L’area intorno a Oklahoma e Kansas individuata come a rischio non è infatti l’unica in cui si pratica il fracking. I geologi hanno individuato 21 aree in cui la sismicità è aumentata, anche se intensità minore. Con l’eccezione del bacino di Bakken, fra Nebraska e Nord Dakota, in cui non si registrano terremoti, la mappa di queste aree si sovrappone quasi perfettamente con quella dello sfruttamento dello shale, dalla Georgia allo Stato di New York, dove si sono moltiplicati i piccoli eventi, potenzialmente pericolosi, inferiori ai due gradi e mezzo della scala Mercalli.



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