La parabola di Ivan il potente che amava comandare nell’ombra

La parabola di Ivan il potente che amava comandare nell’ombra

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LA SUA ossessione: non lasciare tracce. Il suo desiderio più nascosto: diventare invisibile. Da nessuna parte e dappertutto, felpato, controllatissimo nei gesti e nel linguaggio, ha manovrato per almeno dieci anni nel silenzio fra sodalizi pubblici e interessi privati. Una sciagura che non avrebbe mai immaginato: finire così rumorosamente nelle pieghe dell’inchiesta del petrolio. Eventualità non contemplata dai comandamenti di Ivanhoe Lo Bello detto Ivan, il secondo rappresentante di massimo livello di Confindustria — dopo Antonello Montante, il delegato della legalità degli imprenditori italiani indagato per concorso esterno — precipitato nella polvere. Si erano presentati nel 2006 come la “coppia” siciliana del cambiamento, si sono rivelati i capi di cordate dalle ambigue frequentazioni ed entrambi assai sensibili al richiamo degli affari.
Influente e mai appariscente, un talento innato per la giusta distanza, tanto abile da stare in equilibrio perfetto fra il “quartierino” e le bandiere di Libera, ultimo incontro a Torino il 21 febbraio per firmare come Unioncamere uno dei soliti protocolli intorno ai quali Lo Bello ha costruito la sua immagine antimafia.
Nella sua biografia c’è scritto “banchiere”. Ma è anche erede di un’azienda di biscotti, presidente di Unioncamere, presidente della Camera di commercio di Siracusa, consigliere di amministrazione dell’aeroporto di Catania e — fine del sogno d’invisibilità — socio di quel Gianluca Gemelli compagno dell’ex ministra Guidi.
Ivan è soprattutto uno che conta. Conta a Palermo e a Roma, nei salotti, in Vaticano, nei ministeri. Dalle carte giudiziarie di Potenza è affiorata la sua capacità di fare intensamente lobby. A cena con l’arcivescovo Vincenzo Paglia parla di incarichi graditi a Gemelli, l’imprenditore Nicola Colicchi azzarda che lui è stato in grado di far strappare un decreto già firmato dal ministro Delrio. Evocato in tante telefonate, indicato come «gancio», ha candidamente ammesso qualche giorno fa a Repubblica: «Ma io sul mio territorio sono un’istituzione».
Questo maggiorente colto, che legge Leopardi e ama le poesie di Baudelaire, si defila sempre. Come ha fatto anche di fronte alle avance della politica, con il centrosinistra che per due volte lo ha pregato invano di candidarsi a governatore dell’isola.
Socialista in gioventù, vicino a Fabio Granata che era luogotenente di Fini in Sicilia, in stretti rapporti con un sindaco forzista di Siracusa, Ivan Lo Bello diventa Ivan Lo Bello a soli 35 anni. È il 1998 e il presidente della Regione Giuseppe Provenzano — che aveva avuto guai con il giudice Falcone per le sue consulenze al clan dei Corleonesi — su suggerimento proprio di Granata, nomina uno sconosciuto siracusano a consigliere del Banco di Sicilia. Poi ne sarà anche presidente.
Da quel momento la sua corsa non finisce più: business e diplomazia lo portano a Palermo, Roma, Milano, Londra, negli Emirati arabi. Ma non lascerà mai definitivamente la sua Siracusa e la bellissima villa con terrazza affacciata sul teatro greco.
L’anno per lui decisivo però è il 2006. Montezemolo vuole pulizia in Confindustria siciliana e lo sceglie come guida degli industriali dell’isola. Passano pochi mesi e si annuncia la “rivoluzione”: gli imprenditori promettono di ribellarsi al racket e di cacciare dalla loro associazione chi paga il pizzo. È l’inizio di un’avventura che finisce sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo: Lo Bello è l’uomo della svolta. La “rivoluzione” però sarà un sogno spezzato, quel movimento dopo un po’ perde slancio e si trasforma in un gruppo di potere che occupa militarmente tutte le cariche pubbliche disponibili. Gli industriali siciliani diventano un “partito” che siede per 6 anni di fila nelle giunte regionali, decide assessori e pure presidenti, piazza i suoi fedelissimi in ogni angolo di sottogoverno. E fa affari. A Catania nasce una nuova stella imprenditoriale, Mimmo Costanzo, che era stato assessore allo Sviluppo Economico della prima giunta Bianco e che Lo Bello mostra a tutti come «esempio di legalità». La stampa ne dice meraviglie. Costanzo si rivelerà — stando all’inchiesta giudiziaria sulla Dama Nera dell’Anas — un grande corruttore e il suo impero si scoprirà in odore di mafia.
Lo Bello fa finta di niente, come se Costanzo non l’avesse mai conosciuto. Come fa finta di niente quando per una truffa alla Regione va sotto processo il suo amico Ivo Blandina («Una persona molto per bene»), scelto per fare il commissario di Confindustria Siracusa. Fa finta di niente quando il suo nome è menzionato in numerose pagine del caso Guidi («Non capisco che c’entro io»), fa finta di niente quando Confindustria siciliana è trascinata nel gorgo delle indagini.
In privato critica Montante confessando «che io provengo da un altro mondo», in pubblico firma appelli a sua difesa. E intanto concentra le sue attenzioni sull’autorità portuale di Augusta e sull’aeroporto di Catania. È Confindustria che, attraverso un reticolo di nomine fra ex Province e Camere di Commercio, controlla la Sac, la società di Fontanarossa al centro di un imponente progetto di sviluppo.
Un’ascesa irresistibile. Fino agli ultimi mesi. Fino alla guerra fratricida con lo stesso Montante sulle camere di commercio, sfociata in denunce incrociate. Ma Ivan si presenta sempre rassicurante. Anche quando gli contestano che la sua Confindustria, in 10 anni, non ha espulso un solo imprenditore mafioso.
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La sua ossessione: non lasciare tracce. Eppure la sua ascesa è stata irresistibile Dalla Sicilia a Roma senza mai lasciare Siracusa: “Qui sono un’istituzione”
IL PALAZZO
Una delle sedi di Confindustria: l’imprenditore e banchiere siciliano Ivan Lo Bello era vicepresidente nazionale dal 2012, con la delega all’educazione


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